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Data di pubblicazione : 21/08/2012

 

Mary Slessor,

La bianca regina dei cannibali


Mary SlessorChi fu Mary Mitchell Slessor? La David Livingstone delle missionarie in Africa, la più importante della sua epoca. Nacque a Gilcostom, un sobborgo di Aberdeen, in Scozia, il 2 dicembre 1848. Suo padre era un calzolaio - più tardi diventerà alcolizzato - la madre una donna paziente, gentile, riservata e fortemente devota che frequentava la United Presbyterian Church, a Belmont Street.

Mary ereditò da lei la tenue e gradevole voce. Indubbiamente, quella donna nutriva un profondo interesse per l'opera missionaria. Mary, infatti, diceva di aver scoperto l'entusiasmo missionario grazie a lei. Sia Mary che il fratello maggiore Robert in casa parlavano spesso dell'argomento. "Sulla costa orientale dell'Africa c'è la Nigeria. La città più importante è Calabar", disse quella volta mamma Slessor.

"E' una nazione cupa, perché non vi splende la luce del Vangelo. La gente che vive lì ha la pelle nera. Molti sono cannibali e mangiano gli uomini".

"Sono cattivi, vero, mamma?" chiese la piccola Susan.

"Sì, perché nessuno ha mai parlato loro di Gesù che libera dal peccato, né gli ha mai mostrato ciò che è giusto e ciò che è sbagliato".

 "E non hanno qualche missionario lì, mamma?" disse Mary dagli occhi blu.

"Certo, ce ne sono alcuni che stanno facendo delle cose meravigliose per Gesù, ma ci sono ancora migliaia e migliaia di persone che non hanno mai udito un missionario. Ci vogliono molti, molti più missionari". 

"Quando sarò grande, ci andrò io a fare il missionario" diceva Robert, "e predicherò alla gente di Calabar e della Nigeria".

"Anch'io voglio fare la missionaria!", piagnucolava Mary, scuotendo la testa dai capelli ramati.

"Le ragazze non possono predicare" diceva Robert.

"Voglio predicare alla gente dalla pelle nera", insisteva Mary, mentre dalle guance le scorrevano le lacrime.

 "Facciamo così", propose Robert "quando diventerò missionario, ti porterò con me".

 Questo rese felice Mary, che fu ancor più felice quando mamma Slessor le disse:

"Potresti fare la maestrina e insegnare ai bambini neri di Calabar. Ma adesso basta: ragazzi, devo assicurarmi che abbiate imparato il verso per la lezioni di scuola domenicale di domani. Forza, ripetiamolo tutti insieme". 

"Andate per tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura", dissero tutti all'unisono.

Non avevano ancora finito di citare il verso, che si sentì una voce roca cantare:

Gin a body - hic -  meet a body - hic - ,

Coming - hic -, through the rye - hic -

"E' vostro padre, ragazzi. Su, andate subito a letto. Ah, speriamo che abbia portato dei soldi, così possiamo comprar da mangiare per domani".

"Ma dove sciono gli sccalini? Dev'esserci qualcuno che scposta gli sccalini", disse papà Robert, mentre barcollava ubriaco verso la porta. Mamma Slessor lo afferrò e lo fece sedere su una sedia.

"Ciao, cara", le disse con voce incerta.

"Come va, bellezza? Non sc'è ciabattino che abbia moglie più bella - hic -  della mia. Scì, scignore, abbiamo alzato un po' troppo il gomito!

"Oh Robert", disse mamma Slessor al marito, "spero ti sia rimasto qualcosa di soldi. Ne abbiamo molto bisogno per comprare del cibo. In casa non è rimasto un soldo e tutto il cibo che abbiamo è quello che ho tolto dalla cena dei ragazzi per darlo a te".

"Scerto che ho portato i soldi", disse papà Slessor "manca sciolo la sciomma con la quale ho pagato da bere ai miei amici.."

Il volto di mamma Slessor si illuminò. Almeno, avrebbe potuto comprare del cibo. Il marito infilò la mano nella tasca e la ritrasse vuota. Poi la mise in un'altra tasca e anche stavolta uscì vuota. Alla fine, frugando nelle altre tasche, trovò una moneta.

"Ah! Sciapevo di aver portato dei scioldi a casa! Ecco tre penny".

"Oh Robert", disse mamma Slessor sconfortata, mentre gli occhi le brillarono per le lacrime. Poi, siccome era ormai abituata a queste cose, diede un sospiro e disse con calma:

"Robert, vieni a cenare".

Robert Slessor si diresse barcollando verso il tavolo, dove la moglie aveva messo il piatto di cibo tolto ai bambini dalle loro piccole porzioni, perché potesse avere qualcosa da mangiare.

"Non voglio mangiare!", sbottò papà Slessor, buttando il prezioso cibo nel fuoco. Poi, sempre barcollando, si gettò sul letto e si addormentò. Dopo aver emesso un altro profondo sospiro, mamma Slessor spense la lampada e andò a letto. La mattina seguente, la donna si alzò di buon mattino per preparare la colazione. Raschiò accuratamente ogni granello di farina d'avena dal contenitore e la preparò.

"Su bambini, è ora di alzarsi. Stamattina c'è la scuola domenicale". In men che non si dica, i sei piccoli Slessor erano tutti in piedi. Il più grande aiutava il più piccolo a vestirsi. Quando ebbero fatto colazione con quel poco di farina d'avena ricavata, si misero in fila per essere ispezionati.

"John", disse mamma Slessor, "non ti sei lavato dietro le orecchie. Va' con Mary e fatti togliere lo sporco. Ora vi metterò un po' di profumo sui fazzoletti; qui c'è una menta piperita per ciascuno. Su, si va alla scuola domenicale e poi in chiesa ".

Frattanto, papà Slessor continuava a russare, mentre la sua piccola famigliola si recava ad ascoltare la Parola di Dio e a cantare le sue lodi. Al loro ritorno, Robert era sveglio. Sedeva su un lato del letto, tenendosi la testa. Aveva il malessere del "mattino dopo".

"Vieni a sederti a tavola, Robert. Il caro fratello McDougal ci ha dato un po' di carne e del pane; grazie a Dio mangeremo anche oggi".

Papà Slessor emise un gemito, ma sedette a tavola e pranzò con la sua famigliola. Non c'era molto da mangiare e non ce ne sarebbe stato affatto se non fosse stato per la sensibilità e la carità dei fratelli, visto che Robert sperperava tutto il denaro per bere. Dopo pranzo, i bambini aiutarono la madre a sparecchiare e poi corsero fuori a giocare. Rimasto solo con la moglie, Robert abbassò la testa e disse: "Mia cara, cosa posso dire? Provo tanta vergogna. Desideravo tanto portare a casa i soldi necessari per dar da mangiare ai miei figli ma, prima che me ne fossi accorto, avevo speso tutto".

"Robert", disse la signora Slessor, "hai sempre detto che sono stati i tuoi amici a condurti fuori strada. Che ne diresti se ci spostassimo in qualche altra città, dove potresti trovare altri amici che non bevono e soprattutto che non ti spingono a bere?"

"Certo, cara, sarebbe un'ottima idea. Ma dove andare?"

"Ho sentito dire che a Dundee ci sono parecchie offerte di lavoro. Vendiamo tutto ciò che abbiamo e trasferiamoci lì".

"Va bene. Facciamo così. Del resto, per te e per i bambini non sarà peggio che rimanere qui".

"Benone. Dirò ai bambini che ce ne andremo prima della fine della settimana".

Quando mamma Slessor uscì per comunicare la notizia ai bambini, incontrò Mary che stava seduta sui gradini con le sue bamboline davanti a lei.

"Mary, che fai?"

"Faccio la maestrina e questi sono i bambini negri di Calabar. Sto parlando loro di Gesù e che Lui li ha salvati dai loro peccati". Mamma Slessor abbracciò intenerita la sua piccola maestrina e le disse del trasferimento. Poi informò anche gli altri figli, provocando un entusiasmo generale.

Tra i ricordi della sua infanzia, Mary serbava anche il seguente episodio, che poi l'avrebbe condotta alla conversione: una vecchia vedova amava radunare presso di sé le ragazze del posto, facendo loro discorsi religiosi.

Mary SlessorUna volta, durante un freddo pomeriggio d'inverno, davanti al camino, la donna, mentre intratteneva alcune ragazze, tra cui c'era anche Mary, descrivendo i rischi a cui va incontro chi si disinteressa della propria anima, disse all'improvviso: "Vedete quel fuoco? Se ci mettete la mano dentro, vi bruciate. E se non vi ravvedete e credete nel Signore Gesù Cristo, l'anima vostra brucerà in eterno nel fuoco più cocente!". Quelle parole trafissero  Mary "la rossa" come una freccia. Non riusciva a scacciare dalla mente la visione del tormento eterno, che le toglieva persino il sonno. Decise che sarebbe stato meglio per lei se avesse trovato  pace con Dio, quindi "si ravvide e credette". Spesso faceva notare che era stato il timore dell'inferno a farla entrare nel Regno.

Quanto alla nuova sistemazione nella città di Dundee, le cose non cambiarono per papà Slessor. Anche lì non riusciva a smettere di bere e forse non si sforzava più di tanto per togliersi quel vizio. Intanto, casa Slessor fu allietata dalla nascita di un'altra bimba, che chiamarono Janie. Come ne furono felici i fratelli e le sorelle!

Mamma Slessor un po' meno: era un'altra bocca da sfamare. Robert continuava a promettere di smettere, ma nessuno gli credeva più. Col tempo, il danaro ricavato dalla vendita del mobilio di Aberdeen finì e, ad aggravare la situazione,  in casa Slessor fece capolino il lutto. Robert jr., il figlio che voleva partire missionario per Calabar, si ammalò e morì. In seguito morirono due altri suoi fratelli e rimasero solo Mary, Susan, John e Janie.

Neanche la morte dei figli riuscì a far smettere di bere papà Robert e gli Slessor avevano sempre meno quattrini per tirare avanti.  Così, la signora Slessor dovette andare a lavorare in una delle fabbriche della zona, lasciando a Mary la cura delle faccende domestiche. Ma il salario che guadagnava mamma Slessor era misero e c'era bisogno di altri soldi. Quando Mary compì 11 anni, fu mandata anch'ella a lavorare in una fabbrica. Avrebbe avuto ancora l'opportunità di essere missionaria, o doveva rinunciare al suo sogno?

"Mary, Mary", chiamava la mamma, "sono le cinque. Alzati, che devi andare a lavoro"

"Oh", mormorava Mary "mi sembra di non aver proprio dormito! Adesso mi alzo. Non voglio fare tardi!".

Mary era stata assunta come operaia tessile nella Baxter Brothers & Company, a "mezza giornata", cioè per metà giornata lavorava in fabbrica e per l'altra metà andava a scuola. Quando passò a tempo pieno, dovette frequentare la scuola di notte. Mary consegnò i primi guadagni alla madre, che a quel gesto si commosse. Voleva tenerli da parte, ritenendoli troppo sacri per spenderli. Ma quel denaro era indispensabile per la famiglia e, malgrado l'intenzione iniziale, dovette usarlo, anzi Mary divenne il principale sostegno economico della casa.

Baxter Brothers & CompanyLa vita in una grande fabbrica, dove si è uno tra migliaia di persone, era dura e monotona. Si lavorava dalle 6 del mattino alle 6 di sera, con una sola ora di intervallo per la colazione e una per il pranzo. Le operaie lavoravano in un capannone molto simile a quelli moderni in cui, a causa dei macchinari, regnava un frastuono assordante che rendeva pressoché impossibile parlare con altri. Mary, desiderosa di apprendere, per perfezionare la propria cultura sottraeva tempo al sonno e al lavoro, portava sempre con sé un libro che appoggiava sul telaio, sull'esempio di David Livingstone, per poi leggerlo nei brevi momenti di inattività che le concedeva il macchinario al quale lavorava.

Diceva: "Se voglio essere una missionaria, devo darmi da fare per studiare". Era così desiderosa di imparare che leggeva anche mentre si recava al lavoro e quando ritornava a casa. Leggeva di tutto, specialmente la Bibbia, ma non tutti le si rivelavano utili. Uno fu The Rise and Progress of Religion in the Soul di Philip Doddridge, un libro allora molto apprezzato negli ambienti scozzesi. Una volta, un amico la vide molto abbattuta e le chiese: "Mary, che ti succede? Sembri depressa".

"Non ci riesco" fu la sua risposta. "Non riesci a fare cosa?" "A meditare. Doddridge dice che è necessario per l'anima, ma se mi metto a meditare, la mia mente comincia a vagare senza meta". " E tu non meditare", le disse l'amico. "Va' e agisci, perché questo è ciò che Dio vuole che facciamo".

La sua sete di conoscenza la spingeva a rivolgere tante domande indagatrici alla madre. "Mamma, è necessario il battesimo per la salvezza?"

"Beh", replicava la madre, "è scritto che chi si ravvede e viene battezzato sarà salvato; ma non è scritto che chi si ravvede e non è battezzato, sarà condannato".

Le frasi pronunciate dalla madre erano lapidarie, e Mary se le stampava nella mente. Per esempio: "Quando un dovere è incompatibile con un altro, uno di essi non è un dovere". E ancora: "Ringrazia Dio per ciò che ricevi; ringrazia Dio per ciò che non ricevi. Ringrazia Dio per i peccati dai quali ti ha liberata e ringrazia Dio per i peccati di cui non sai nulla e che non sei mai tentata di commettere".

Intanto la situazione familiare andava peggiorando: il papà di Mary si incattiviva sempre di più. I giorni peggiori erano i sabato sera. Dopo aver messo a letto i piccoli, Mary e la madre sedevano pazientemente, aspettando che il padre si ritirasse. Una notte si comportò talmente male nei confronti di Mary, che questa dovette scappare via di casa. Il fatto che la famiglia non sofferse mai pubblicamente alcuna offesa è con tutta probabilità da attribuirsi alle preghiere ininterrotte di madre e figlia. Pregavano con grande fede, una fede che non solo evitava loro di cadere nella disperazione, ma che addirittura le rendeva felici durante le brevi pause che la sorte avversa le accordava.

Quelli che la conobbero, affermano che la vita di Mary, in quel tempo, fu un lungo gesto di auto rinuncia. Le sue inclinazioni, i suoi interessi, tutto sacrificava per il bene della famiglia. Poi, venne una mattina in cui papà Robert non si svegliò; durante la notte, la sua anima era andata a incontrare il Supremo Giudice.

 È triste doverlo ammettere, ma la morte di Slessor fu una autentica benedizione per la famiglia. Adesso sì che erano liberi: il peso che li aveva oppressi sino a quel momento era stato rimosso.

Il primo effetto positivo sulla vita di Mary fu quello di un maggiore impegno nelle attività di chiesa. Pensò: "Per essere una missionaria, dovrò fare molta pratica. Chiederò al responsabile della scuola domenicale di affidarmi una classe della scuola domenicale". Le fu così assegnata una classe di fanciulle, che lei affettuosamente chiamava le sue "simpatiche ragazze".

Ma non era ancora soddisfatta. Voleva di più.

Al ritorno dal lavoro, Mary transitava sempre per i bassifondi cittadini. Non che lei vivesse in una reggia, anzi la sua era una casa molto povera, ma quei bambini vivevano in tuguri piccoli e oscuri e le strade nelle quali giocavano erano anguste e sporche. Essi non conoscevano il Salvatore e crescevano arroganti, aggressivi, bestemmiatori, ladri e facendo molte altre cose sconvenienti. Mary era rattristata da questo e desiderava dir loro che Gesù era in grado di renderli felici. Poi la sua comunità aprì una missione nella zona più malfamata di quei quartieri. "Voglio una classe in quella nostra missione", chiese al responsabile della Scuola Domenicale. "Sono certa che lì la mia opera darà maggior frutto di quanto non ne dia qui in chiesa". Dopo un po' di resistenza (desiderava impiegarla nella comunità), il fratello responsabile le disse: "Va bene: ti assegnerò una classe, ma ti avverto: sono ragazzi difficili da gestire". Un giorno, dovette far fronte a una gang di ragazzi che non volevano lasciar passare lei e i suoi studenti. Il capobanda prese a minacciarla, agitando uno scudiscio fatto con strisce alle cui estremità c'erano dei piccoli pesi. Lo scudiscio le sibilava vicino al capo, ma lei rimase immobile. I bambini assistettero impietriti alla scena, aspettandosi il peggio ma il capobanda, impressionato dalla fermezza e dal coraggio di Mary, rinunciò al suo proposito intimidatorio e li lasciò passare. Mary lo invitò, insieme agli altri membri della banda, a frequentare le lezioni di scuola domenicale e, anni dopo, divenne un cristiano.

Mary Slessor insieme ai bambiniIn tutto questo periodo, non ci fu mai un istante in cui Mary non continuasse a pensare alle missioni all'estero. La storia di Calabar che la mamma le raccontava quando era bambina, le ritronava sempre in mente. Amava ripetere "sin da ragazzina, il mio sogno è stato fare la missionaria a Calabar". La United Presbyterian Church nella quale era cresciuta, dava un posto speciale all'opera missionaria all'estero. Coordinava infatti alcune missioni in India, Cina, Giamaica, Calabar (città della Nigeria, capoluogo della regione a sudovest del Paese) e Kaffraria (attuale Capo Orientale, in Sudafrica), delle cui attività stampava mensilmente i resoconti nel periodico Missionary Record, letto praticamente da tutti i membri della comunità.

Va ricordato che si trattava di un opera pionieristica e che i missionari erano costantemente in pericolo, in quei paesi. I rapporti dei missionari erano richiestissimi, poiché permettevano a persone che non aveva mai viaggiato, di avere quasi la sensazione di visitare terre straniere, di sentire il profumo e i colori dell'oriente e dei tropici, introducendo nella tranquillità domestica delle loro case la confusione del bazar, dell'harem e del kraal.

Siamo così al maggio del 1875.

Mary aveva 26 anni e mezzo quando comunicò la propria totale adesione al Foreign Mission Board. Sebbene nel suo cuore primeggiasse Calabar, avrebbe accettato qualsiasi destinazione. Dopo tre mesi di speciale formazione a Edimburgo, presso la Normal School, il consiglio direttivo decise di mandarla a Calabar. "In quel tempo", riferisce una sua biografa, "Mary aveva 28 anni ed era una donna fatta, sia a livello fisico che mentale ... ciò che la distingueva particolarmente erano la sua umiltà e l'ampiezza e la profondità del suo amore". Il 5 agosto del 1876 Mary salpò per la Nigeria.

Quando arrivò sul posto, nel settembre del 1876, la Calabar Mission vantava già un'attività trentennale. Il personale era composto da 12 europei, 4 missionari ordinati e 8 insegnanti, di cui 4 maschi e 4 femmine. Dei nativi, c'era un missionario ordinato e  18 incaricati. La sfera d'azione era confinata al triangolo di terra posta al punto di incrocio tra i fiumi Cross e Calabar. Le stazioni missionarie più importanti erano Duke Town, Old Town e Creek Town. La missione di Duke Town aveva raggiunto alcuni traguardi nelle regioni costiere. Era stata costruita una scuola, un ospedale, un orfanotrofio e una chiesetta. Grazie alla predicazione dei missionari, era stato possibile impedire alcune tra le pratiche pagane più aberranti.

I capi dei villaggi limitrofi cominciavano a realizzare che la "legge di Dio" (i precetti della Bibbia) valeva anche per loro. Ogni domenica ai culti intervenivano diverse centinaia di indigeni.

Questa era la situazione quando Mary cominciò il suo lavoro, insegnando nella stazione missionaria e visitando i villaggi lungo la costa e lungo il fiume.

Anche se non aveva figli, tutti la chiamavano Mamma (da cui il diminutivo Ma'). Era una donna molto pratica e coraggiosa. Al principio del suo servizio missionario, ebbe notevoli difficoltà con la precisione. Si dice che se non aveva l'orologio oppure se il suo andava male, legava un gallo al suo lettino da campo, per potersi svegliare al suo canto la mattina presto. Era una donna che andava d'accordo con tutti. Non aveva nemici e pur tuttavia era dotata di una grande forza di carattere. Gli indigeni portavano a lei i loro problemi, anche da grandi distanze, e lei, immancabilmente, li risolveva. Quando c'erano delle difficoltà che la mente semplice degli indigeni non riusciva ad appianare, essi si rivolgevano puntualmente a Mamma Mary.

Appena imparò la lingua, Mary prese a uscire per i suoi giri missionari senza interprete. Le fecero presente della pericolosità di viaggiare da sola, ma lei diceva che quello era il modo migliore per conoscere la gente e più si allontanava dalla stazione, maggiori erano le necessità che incontrava. Diceva agli indigeni: "Non dovete uccidere le mogli e gli schiavi di un ‘uomo importante' quando lui muore. Essi non possono aiutarlo nell'altra vita" e insegnava alle donne il modo più appropriato per cucinare e tenere ordinati e puliti gli alloggi e i bambini.

Pregava: "Oh Signore, ti ringrazio che posso portare la Tua Parola a questa gente. Ci sono però altri villaggi nella jungla, dove mai nessuno si è avventurato. Hanno bisogno di Gesù anche loro. Ti prego, aiutami a raggiungerli!".

Ogni volta che ne aveva l'opportunità, Mary chiedeva a qualche altro missionario o a qualche indigeno cosa ne pensassero della sua intenzione di andare in quei villaggi. La risposta era sempre la stessa: "Non andarci. Verresti uccisa. Nessuno può raggiungerli".

In quel tempo, Mary scoprì a proprie spese di dover convivere con un implacabile nemico: le malattie tropicali, che sembravano prediligerla. Molte volte fu sul punto di morire, ma se la cavò sempre. Fu quindi una non piccola tentazione il pensiero di abbandonare quella regione insalubre e ritornare nella sua Scozia. Ad ogni modo, fece ritorno in patria solo per una breve licenza, dopodiché si affrettò a ripartire per l'Africa.

CapannaEra entusiasta di aver appreso che sarebbe rimasta da sola presso una sede distaccata della stazione. Adesso la sua casa diventava Old Town. Entrando in città, la prima cosa che vide fu un teschio umano appeso a un palo di fronte alla casa locale di convegno. Ogni capanna aveva i propri dei. La casa di Mary era  una capanna di fango posta a fianco a quella di un mercante.

Ogni volta che si spostava, Mary voleva interessarsi personalmente alla costruzione della sua nuova casa. Le prime abitazioni da lei realizzate erano strutture molto semplici. Col tempo si costruì una casa che addirittura aveva il pavimento in cemento. Un visitatore incredulo le domandò come fosse riuscita a mescolare il cemento e lei rispose: "Tutto quello che ho fatto è stato impastarlo come fosse del porridge e pregare!"

Mary conseguì degli incoraggianti risultati a Old Town, ma nel contempo era profondamente addolorata per la lontana tribù degli Okoyong, che non avevano mai udito l'Evangelo. Come annunciare anche a queste persone l'amore di Cristo? Era gente per la quale avevano valore solo tre cose: le armi per garantire il potere, le catene per custodire gli schiavi e l'alcol per annebbiarsi la mente.

Ma il Signore la voleva lì e Mary aveva fiducia che Dio le avrebbe mostrato come conquistare a Cristo quel popolo primitivo. Nel giugno del 1888, ella annunciò tranquillamente che si sarebbe stabilita nei pressi di quella gente. "Tu vuoi morire", le ripetevano gli amici, piangendo all'idea che se ne sarebbe andata. La zona era molto più spietata di quanto Mary non avesse visto. La vendetta e la crudeltà erano all'ordine del giorno e Mary doveva predicare l'amore di Cristo a uomini che non sapevano nemmeno cosa fosse l'amore.

 Fu un periodo difficile per la missionaria. Ella si rendeva conto che non avrebbe potuto cambiare le loro vite da un giorno all'altro, ma non poteva stare a guardare quella gente continuare a fare e farsi  del male. Dandosi interamente all'evangelizzazione, riposava poco e la sua salute non era delle migliori, eppure era sempre lì, quando necessitava la sua presenza.

Una volta, scoppiò un'epidemia di vaiolo e il popolo fuggì via terrorizzato dal terribile morbo. Mary rimase sul campo, curò e sfamò le vittime abbandonate, premurosamente indicando loro Gesù e, senza alcun aiuto, seppellì i tanti morti provocati dalla pestilenza. In una lettera nella quale raccontava le sue esperienze, scrisse: "Non è facile. Ma Cristo è con me e io sono sempre soddisfatta e gioiosa nel suo amore.»

Ogni volta che Mary intuiva che c'era qualche guaio in vista, si precipitava sulla scena.  Una volta, le capitò un episodio degno di nota.

Alcuni uomini delle tribù preso le quali era missionaria, si preparavano per la guerra. Si passavano l'alcol per eccitarsi, danzavano e urlavano minacce all'indirizzo della parte avversa. Si dipingevano coi colori di guerra e facevano brillare al sole le loro lance e i loro scudi, agitando i teschi e gli scalpi delle loro vittime in cima a dei pali.

Mentre i due gruppi erano sul punto di scontrarsi, ecco spuntare la figura di una piccola donna dall'aria serena che, salendo su un ceppo, si frappose tra i contendenti.

"Va' via, ‘Ma'. Dobbiamo combattere!"

Mary finse di non sentire il guerriero che aveva gridato.

"Va' via, altrimenti morrai anche tu, donna bianca. Avanti!"

"Colpisci, se ne hai il coraggio!", Mary replicava e quando vedeva i rivali avvicinarsi per allontanare quell'ostacolo coi capelli grigi, capiva di averla spuntata.

Mary sapeva che se gli Okoyong non avevano niente da fare, si ubriacavano e l'ubriachezza li spingeva sempre a delle scaramucce.

"Forse", considerava, "se sapessero che c'è qualcosa di meglio, ciò li fermerebbe" e pensò di mostrar loro le cose più belle che aveva: qualche vestito, una teiera e una vecchia macchina per cucire. Agli Okoyong piacque ciò che videro. "Potrete avere cose più belle di queste se prendete l'olio di palma e le patate per i mercanti", disse loro.

"Le cose che hai sono molto belle", disse uno dei capi.

"Ma non è buono. Mercanti hanno paura di venire qui. Non buono per noi andare da loro. Gli dei del fiumi ci uccideranno".

"Verrò con voi. Non avete nulla da temere".

"No. troppo cattivo".

Alla fine, accettarono di andare: caricarono una canoa e giunsero a Old Town. Il re Eyo preparò una gran festa per i capi in visita, mostrò loro le cose buone che potevano avere se abbandonavano le loro vecchie vie. Egli disse loro che il Dio della bianca Ma' era il vero Dio. Il risultato di quell'incontro fu che il territorio degli Okoyong fu aperto agli estranei.

Mary aveva fatto ciò che mercanti, soldati e diplomatici erano stati incapaci di fare per ben 400 anni. Negli anni, molti degli Okoyong accettarono l'Evangelo. Finalmente liberi dalle loro paure pagane e dalla schiavitù dell'ubriachezza, potevano comprendere l'amore di Dio per loro. Gli idoli scomparvero dai villaggi e al loro posto furono costruite delle piccole chiese. Per secoli i mercanti bianchi lungo la costa avevano cercato di costringere gli indigeni a cambiare, ma solo quando il vangelo penetrò nei cuori di quella gente si ebbero dei risultati apprezzabili.

Mary Slessor proseguì la sua tenace opera fino a quando divenne vecchia e debole.  Alcuni suoi amici scozzesi l'esortavano a ritornare in Scozia per un periodo di riposo. Lei, pur avendolo voluto, pregava invece che Dio le avesse dato la forza per compiere il suo lavoro tra i cannibali. La preghiera fu esaudita e Mary riprese a lavorare con nuovo vigore e ancora più instancabilmente, ma il 13 gennaio del 1915, nella sua capanna di fango a Itu, dopo un lungo periodo di degenza a causa probabilmente di una febbre malarica, morì. Per trasportare il suo corpo sul luogo di sepoltura, presso la prima stazione missionaria dove aveva operato, fu impiegato un battello governativo.

Il corteo funebre, uno tra i più imponenti mai visti nel vecchio Calabar, fu una testimonianza resa alla vita di Eka Kpukpru Owo ("La madre di tutti"). Tra i presenti c'erano infatti alti ufficiali di governo che avevano avuto fiducia nei suoi consigli, un dignitoso capo tribù che in passato era stato un cannibale, un giovane che Mary aveva curato quando era febbricitante e due gemelli, che senza il suo intervento, sarebbe stati uccisi appena nati.

Sebbene tormentata da febbre, diarrea e altre malattie decine di volte, aveva lavorato a Calabar per quasi quaranta anni. Poco prima di morire, disse: "Non definite mai fredda la mano della morte. È la mano di Gesù. Poiché io son persuasa, insieme all'apostolo Paolo, che né morte, né vita, né angeli, né principati, né potestà, né cose presenti, né cose future, né altezze, né profondità, né alcun altra creatura potrà separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù nostro Signore"; in un'altra occasione disse: "dove c'è la presenza di Cristo, lì gli uccelli cantano", volendo alludere alla sua imminente dipartita. Per Mamma Mary Slessor l'inverno stava per passare, le tempeste sarebbero finite, cedendo il posto alla stagione in cui si ode il canto degli uccelli.


Il materiale riprodotto è stato  estratto, tradotto e liberamente adattato da Ciro Izzo, dai seguenti libri:

 

  • African missionary heroes and heroines di H.K.W. Kumm
  • The Missionary Heroine of Calabar. Brief biography of Mary Slessor di E. E. Enock and J. Chappell
  • Mary Slessor of Calabar: Pioneer Missionary by W. P. Livingstone
  • Mary Slessor di Cuthbert McEvoy
  • white queen of the cannibals - The Story of Mary Slessor of Calabar di A.J. BUELTMANN
  • Blazing the Missionary Traildi Eugene Myers Harrison

 

 Missionario, esploratore e medico britannico dell'era vittoriana.

Il tipico villaggio di alcune popolazioni sudafricane.

     
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