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Data di pubblicazione : 26/08/2013


Dopo che ebbero cantato l'inno

(Marco 14:26)

di Donald Gee


Gesù cantò: su questo non c'è dubbio.

Donald Dee

Nella «notte in cui fu tradito», la sua voce si unì a quella dei suoi discepoli e, forse, fu proprio lui a guidarli nel canto, intonando il salmo richiesto dalla festa della Pasqua. Alla nostra immaginazione piace ritrarre Cristo e i discepoli che allietano le loro spossanti marce lungo le strade polverose della Palestina con canti di lode, oppure osservarli, a sera, uniti nel salmodiare qualche inno lungo le rive di un lago o in qualche casa di Capernaum o di Betania. Noi che amiamo cantare esultiamo nel pensare che anche il nostro Signore desiderò farlo. D'altronde, i giudei possedevano il libro dei Salmi, un patrimonio notoriamente ricco di inni sacri. Qui, nei passi paralleli di Matteo (26:30) e di Marco, abbiamo la prova autentica che essi cantarono"l'inno". Era quello il salmo adatto per l'importante commemorazione israelita.

E' sintomatico che la stessa parola venga usata in Ebrei 2:12: «Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli; in mezzo all'assemblea canterò la tua lode». L'applicazione profetica di questo passo è stabilita oltre ogni dubbio. Egli canta e canta con noi «in mezzo all'assemblea»Sulla terra molti furono gli «alleluia» usciti da quelle sacre labbra e la presenza invisibile del suo Spirito in mezzo alla Chiesa continua a suggerire quel tipo di lode e di adorazione. La struggente bellezza del passo evangelico ne esce immensamente arricchita, quando consideriamo in quali circostanze il Signore cantò.

Giuda si era da poco allontanato per tradirlo e la cena del Signore era appena stata istituita in vista della sua morte. Subito dopo aver cantato l'ultima parte dell'inno, Gesù andò fuori nella notte, inoltrandosi per la strada che lo avrebbe condotto al Getsemane e, poi, al Calvario. In una simile situazione e con un cuore sul punto di scoppiargli per la consapevolezza che «la sua ora era venuta», nonostante questo Gesù cantò.

I sacri avvenimenti di cui stiamo parlando hanno per sempre assegnato a quella sera una posizione spirituale carica di conforto e di ispirazione. A quelli che hanno un cuore allegro, Giacomo raccomanda di cantare degli inni (Giac. 5:13) quale metodo utile e consigliabile per comunicare la gioia esuberante della vita cristiana. Ma in questo insolito passaggio dei Vangeli ci viene mostrato quale posto possono avere gli inni di lode nel morire cristiano. Gran parte della nostra innologia pentecostale è la manifestazione del tutto legittima e deliziosa dell'essere «pieni di gioia e di Spirito Santo». Quando la vita ripiena dello Spirito Santo scorre come un fiume, cantare degli inni e dei cori uno dopo l'altro diventa quasi un sollievo emotivo.

Ma una devastante leggerezza può rapidamente rovinare la fresca bellezza di tutto ciò, se la nota più intima non è esercitata a quel canto che sgorga da una morte più intima, così come da una vita più piena.

La via della croce accettata con gioia perché tale è la volontà del Padre: questo è il canto che deve precedere il «sacrificio di lode». È significativo il fatto che la parola utilizzata in questi passi evangelici e nella lettera agli Ebrei sia esattamente quella usata in Atti 16:25:«Verso la mezzanotte Paolo e Sila, pregando, cantavano inni a Dio». Non si trattò di un canto esaltato scaturito dall'emotività della folla radunata in quel luogo! Era lode a dispetto di circostanze naturali avverse, una lode solitaria ma accompagnata da più di una sofferenza.

 Erano inni nelle tenebre, che rappresentavano però un vero e proprio luogo sacro in cui l'anima riportò una vittoria personale. Un canto come quello di Cristo mentre si dirigeva verso il Getsemane, o come quello degli apostoli nel carcere di Filippi, non è solo una benedetta possibilità  in una vita ripiena dello Spirito Santo, ma ne è il sicuro perfezionamento. Lo Spirito eterno fortificò il nostro Signore nell'imminenza del Calvario e quello stesso Spirito dà forza a ogni cristiano che prende la sua propria croce di morte a sé stesso, rendendo la vittoria della grazia così completa che un inno segna il sentiero attraverso la valle. Spesso quelli che camminano per lo Spirito si meravigliano di loro stessi, non meno che di altri, della propria inaspettata reazione alle circostanze della vita. Non c'è niente di più piacevole e di più enormemente importante del ritrovarsi a cantare le lodi di Dio nelle ore più oscure della vita.

In quel momento si realizza, come mai prima, che la Pentecoste è una palpitante realtà. La più dolce innologia della Chiesa è sempre stata fondata sulla croce del nostro Signore Gesù Cristo e il più soave canto pentecostale ha come tema predominante l'opera del Calvario. Di primo acchito, questa può sembrare un'affermazione generica. Tuttavia, i più grandi inni di adorazione toccano la loro nota più sublime quando invitano gli angeli ad adorare il mistero dell'amore che redime e i più commoventi inni dell'esperienza cristiana pulsano di genuina bellezza quando collegano ogni benedizione con la grazia salvifica.

Ogni canto che inneggia alla risurrezione, alla vita e alla vittoria deve la propria esclusiva ispirazione al fatto che Colui che è risorto e vive nei secoli, è prima di tutto morto. È degno di nota e non necessariamente negativo il fatto che certi inni scompaiano rapidamente. Questo accade perché essi colgono ed esprimono unicamente degli stati emozionali passeggeri. Magari possono servire per alcuni momenti per dar voce a una luce momentanea o a un'esperienza spirituale, ma le loro radici non scendono sufficientemente in profondità per imprimer loro qualche virtù duratura.

Essi non sono nati sotto l'ombra della croce. La reale misura dello spessore spirituale di un movimento di risveglio può essere data o dagli inni che genera o da quelli che ama cantare. I grandi inni del metodismo sono una notevole illustrazione di questa interessante realtà.

Una delle cose sorprendenti sui luoghi in cui questo nostro caro movimento pentecostale si è rivelato vero e profondo, è stata l'innegabile predilezione per i "canti che parlano del nostro Signore Gesù".

Chi è ripieno dello Spirito ama il suo Signore e, per questa ragione più di tutte, si diletta a cantare la sua sapienza, il suo amore e la sua potenza. Più impetuoso scorre il fiume delle benedizioni pentecostali, più intima sarà la consapevolezza che, in definitiva, tutto sgorga dal Calvario.

Da più parti è stato espresso dispiacere per il fatto che non ci sono più dei grandi e buoni inni sullo Spirito Santo. Ora, il rammarico può essere legittimo; ma tale mancanza non è forse rivelatrice? E' scritto dello Spirito Santo che «non parlerà di suo», e anche laddove si è ricevuta la sua pienezza pentecostale, si scopre che Lui ispira inni su Colui che battezza nello Spirito Santo, e non sul battesimo. Il troppo cantare le nostre esperienze personali lascia sempre l'anima inspiegabilmente inappagata, mentre la lode rivolta al Signore innalza i cuori verso la Divina Sorgente di ogni bene e di ogni dono perfetto. In cielo ci sarà un cantare come non avremo mai udito in terra, ma il soggetto sarà sempre la Redenzione ottenuta grazie al sangue dell'Agnello immolato. L'eterna fonte del canto scaturisce dal Calvario. Contribuì la realizzazione di tutto questo a fortificare il Signore, quando cantò coi suoi discepoli prima di salire al Calvario?

Noi sappiamo che Lui «per la gioia che gli era posta dinanzi sopportò la croce». Probabilmente le nostre labbra, andando incontro a qualche personale Getsemane o Calvario, non avranno forza di cantare. Nondimeno, anche in quell'ora, il Consolatore sarà al nostro fianco per sostenerci; Egli riporterà alla nostra mente l'inno che il Signore cantò all'approssimarsi della sua ora più tenebrosa, e la promessa che nel "dopo" di Dio il canto proromperà più ricco e più pieno che mai, grazie all'ora in cui un solo canto espresse un"sacrificio di lode".

Possa lo Spirito Santo aiutarci a non salmeggiare solo quando siamo in una affollata congregazione o quando il sole non è offuscato dalle nubi, ma anche quando attraversiamo le tenebrose valli di una inspiegabile afflizione e del soffrire rimanendo nella volontà di Dio.

La musica di una vita veramente ripiena dello Spirito non finisce mai.


Articolo tratto e liberamente tradotto, ad opera di Ciro Izzo, dal periodico evangelico Redemption Tidingsvol. 13, n° 1, 1 gennaio 1937


     
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