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Anno I, n° 1 

Salvataggio di una famiglia in un centro commerciale a Nairobi:

 "...è stato come se il mondo intero stesse pregando"


Katherine Walton NAIROBI, Kenya, 12 ottobre 2013. Durante l'intervista rilasciata a Skype, Katherine Walton era seduta nel cortile di casa sua.

Frattanto, sua figlia, una bimba meravigliosa  di 13 mesi dai capelli biondi che brillavano al sole, scorrazzava davanti alla telecamera.

 In sottofondo, si udivano le voci spensierate degli altri suoi figli, Blaise e Ian, che a tratti si interrompevano, una volta per avvisare la mamma di un ginocchio sbucciatosi cadendo dal trampolino, un'altra semplicemente per rivolgerle qualche domanda.

Era insomma il ritratto di una normalissima famiglia americana i cui figli giocano nel cortile, dopo la scuola.

Solo pochi giorni fa, però, si erano ritrovati tutti faccia a terra in un angolo di negozio di alimentari del Westgate Mall di Nairobi, pregando che Dio li avesse protetti, liberandoli da un gruppo di terroristi che sparavano all'impazzata e lanciavano bombe a mano.

La foto di Portia, la bambina di 4 anni dei coniugi Walton, che corre a rifugiarsi  tra le braccia di un soccorritoreLa foto di Portia, la bambina di 4 anni dei coniugi Walton, che corre a rifugiarsi  tra le braccia di un soccorritore ha fatto il giro del mondo.

L'assalto terroristico della capitale keniota ha causato 67 morti e 39 dispersi. Dalla loro liberazione, i Walton hanno rilasciato numerose interviste e parlato molte volte coi reporters, coinvolgendo emotivamente l'America in ciò che era accaduto in Kenia.

Ma quello a cui media non hanno dato risalto è che Katherine e suo marito Philip sono figli di missionari. Durante quelle terribili ore del 21 settembre, hanno fatto appello alle preghiere dei fedeli di tutto il mondo, mentre erano intrappolati in quel centro commerciale. Avevano fede che Dio li avesse liberati dall'attacco terroristico, ma riconoscevano anche che se aveva permesso che si trovassero in quel luogo, era perché aveva un piano.

«Dopo l'accaduto», ha riferito la Walton, «ho parlato coi nostri ragazzi di quanto era successo, facendo loro notare il perfetto tempismo di Dio. Egli avrebbe potuto evitare che fossimo lì, quel giorno. Il pullman avrebbe potuto guastarsi, la ricetta avrebbe potuto non essere pronta... erano tanti gli impedimenti che avrebbe potuto porre sul nostro cammino, impedendoci di essere lì, ma non l'ha fatto».  

Allora perché lo ha permesso? La Walton non sa spiegarlo, ma si domanda se, magari, quella non sia stata un'opportunità per parlare in pubblico di ciò che Dio ha fatto per liberare la sua famiglia.

Successivamente, la donna è stata intervistata dal The Today Show, dal Good Morning America, dal TIME e da altri periodici di larga diffusione come il magazine Glamour.

«Da tutta questa attenzione da parte dei media, Dio ha sicuramente estratto qualcosa di buono», è stata la sua dichiarazione.

«Non ho raccontato la mia esperienza per un capriccio, ma solo per testimoniare ad altri le grandi cose che Dio ha fatto, in quel drammatico momento.  Egli mi ha dato una grande pace... e la forza per poter condividere ciò che non avrei creduto possibile. Questo è semplicemente fantastico».

La Walton ha raccontato che quel giorno sono «accadute delle cose positive».

Le due figlie Portia, 4 anni, e Gigi, 2 anni, durante quelle tragiche quattro o cinque ore, erano entrate in una sorta di "isolamento", mantenendo una calma soprannaturale e grande sangue freddo.

Petra, la piccola di 13 mesi, gridava come un ossesso ma gli altri, in seguito, hanno raccontato di non averla neanche sentita... poi Portia ha trovato il coraggio di correre verso uno dei soccorritori. Era un estraneo, aveva una pistola in mano, ma a lei era sembrato uno che conosceva e di cui si poteva fidare, quindi si era sentita al sicuro.

Quando i terroristi entrarono in azione, Philip Walton era in North Carolina per affari. Un amico gli aveva telefonato, informandolo che la sua famiglia era intrappolata nel centro commerciale keniota.

Katherine ha raccontato: «Immediatamente cominciò a pregare, leggendo il Salmo 40 [a mo' di preghiera]». Dopo chiamò i genitori e i suoceri, tutti ex missionari dell' IMB (International Missionary Board), che chiesero ad altri credenti di pregare insieme a loro. «E' stato come se il mondo intero stesse pregando per noi».

Katherine e Philip Walton si erano incontrati all'università e si erano sposati in quegli anni. Tre anni fa sentirono la chiamata a tornare in Africa, impiantando la loro vita tra la gente del Kenya.

I loro legami con questo paese sono forti e la loro chiesa, così come la comunità keniota in generale, si sono strette intorno a loro in questo periodo tempestoso.

«La nostra opinione su quello che stiamo facendo e sul perché siamo qui non è cambiata. Anzi, per certi versi, l'evento ha consolidato i nostri legami con la gente del Kenia e rafforzato l'amore che proviamo per loro. Sento di amarli ancora di più, avendo sofferto insieme a loro».

Dal punto di vista emotivo, i Walton devono ancora riprendersi completamente. Katherine, in particolare, è preoccupata per il resto delle loro famiglie negli Stati Uniti, dove pensano di recarsi a dicembre, per trascorrere il Natale con i parenti: assicurano però che ad anno nuovo ritorneranno in Kenya.

La Walton e la sua famiglia sono immensamente grati a tutti i credenti che li hanno sostenuti con l'orazione.

«Grazie per aver lottato con noi in preghiera. So che molti che, in quei terribili momenti, hanno interceduto», ha detto, «e quelle preghiere sono state di gran valore per noi ».

 

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