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Data di pubblicazione : 07/04/2014

 

RIMANERE

Μένω

(MENO)


MENO è una parola che ricorre frequentemente nella Scrittura. Il suo significato è "abitare" nel senso di "dimorare, o rimanere, in una casa".

Esempi: "Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi (μεῖναι, meinai) a casa tua" (Luca 19:5). "Ora lo schiavo non dimora (μένει, menei) per sempre nella casa: il figlio vi dimora per sempre" (Giov. 8:35).

Da qui si passa al concetto "rimanere, o continuare, in una condizione esistente".

Esempi: "Adoperatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che dura (μένουσαν, menousan) in vita eterna..." (Giov. 6:27); "...rimanga (μενέτω, menetō)  senza sposarsi... " (1 Cor. 7:11). "L'amor fraterno rimanga (μενέτω, menetō)  tra di voi" (Ebr. 13:1).

Da queste semplici idee scaturisce il profondo senso spirituale che fa di "dimorare" una delle parole chiave del vangelo e delle epistole di Giovanni (l'apostolo la usa 34 volte nel vangelo e 19 nelle epistole): la "stretta comunione spirituale" è il risultato dell'essere nella stessa "casa" col Padre, col Figlio e con i fratelli. "Chi riconosce pubblicamente che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane (μένει,  menei) in lui ed egli in Dio. 

Noi abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore; e chi rimane nell'amore rimane (μένων, menon) in Dio e Dio rimane (μένει, menei) in lui" (1 Giov. 4:15, 16). "Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane (μένῃ, menē) nella vite, così neppure voi, se non dimorate (μένητε, menēte) in me". Il lettore del vangelo di Giovanni non si allontana mai da questa parola ricca di significati.

Il termine viene ampliato quasi da ogni preposizione che gli viene aggiunta e i significati che assume sono particolarmente interessanti.

Hypomeno (ὑπομένω) significa rimanere sotto (un carico), continuare nella difficoltà o nella sofferenza: "Chi avrà perseverato (ὑπομείνας, hypomeinas) sino alla fine, sarà salvato" (Mat. 24:13). "Sopportate (ὑπομένετε, hypomenete) queste cose per la vostra correzione" (Ebr. 12:7). Quando i Giudei di Tessalonica suscitarono l'opposizione a Berea, i fratelli, preoccupati per la sicurezza di Paolo, lo mandarono ad Atene "ma Sila e Timoteo rimasero (ὑπέμεινάν, hypemeinan) ancora là" (Atti 17:14).

Abbastanza sorprendentemente, la stessa parola si presenta nella storia di Gesù ragazzo a Gerusalemme che, per la sua prima Pasqua, "rimase (ὑπέμεινεν, hypemeinen) in Gerusalemme" (Luca 2:43). Qui l'idea è probabilmente "si trattenne per un certo tempo", non volendo lasciare la città santa, per le meravigliose opportunità spirituali ad essa associate.

Nel caso di 2 Timoteo 2:12, "se abbiamo costanza (ὑπομένομεν, hypomenomen) con lui anche regneremo", non è la sofferenza a garantirci la ricompensa, ma la giusta pazienza nella sofferenza.

Hypomonè (ὑπομονή), forma sostantivata di ὑπομένω (hypomeno), viene a volte tradotto "pazienza". Mentre nel linguaggio contemporaneo hypomeno trasmette l'idea di tranquilla attesa e di calma inattività, hypomonè suggerisce una persistente tenacia e una resistenza ferma e decisa. Il concetto moderno di pazienza è più evidente nella parola anameno, la cui unica occorrenza esprime "l'aspettare (ἀναμένειν, anamenein)  dai cieli il Figlio suo" (1 Tess. 1:10).  Eppure, anche in questo caso, c'è qualcosa che esprime resistenza, come mostrano le due occorrenze nella versione dei Settanta: "Tu sei il Dio della mia salvezza; io spero in Te ogni giorno" (Sal. 25:5). "Spera nel SIGNORE! Sii forte, il tuo cuore si rinfranchi; sì, spera nel SIGNORE!" (Sal. 27:14).

Epimeno (ἐπιμένω) significa letteralmente "continuare con persistenza come si addice all'obiettivo da raggiungere" (In Atti 12:16, Pietro ἐπέμενεν κρούων, epemenen krouōn, continuava a bussare). Il termine dimostra un orientamento deciso che pone le sue basi sull'attiva attesa di uno scopo. Nel credente ciò accade per mezzo della fede e perciò epimeno (ἐπιμένω) e pistis (πίστις, fede) sono direttamente collegati: "se appunto perseverate (ἐπιμένετε, epimenete) nella fede, fondati e saldi e senza lasciarvi smuovere dalla speranza del vangelo che avete ascoltato, il quale è stato predicato a ogni creatura sotto il cielo e di cui io, Paolo, sono diventato servitore" (Col. 1:23).

Si vedano anche Atti 13:43: "Dopo che la riunione si fu sciolta, molti Giudei e proseliti pii seguirono Paolo e Barnaba; i quali, parlando loro, li convincevano a perseverare (προσμένειν, prosmenein) nella grazia di Dio" e 1 Tim. 4:16: "Bada a te stesso e all'insegnamento; persevera (ἐπίμενε, epimene) in queste cose perché, facendo così, salverai te stesso e quelli che ti ascoltano".

Parameno (παραμένω) sembra recare l'idea di prolungare una sosta o una visita, come si nota in Filip. 1:25, dove l'anziano Paolo, che avrebbe preferito "tirarsi dentro", decide poi di rimanere, dando ai suoi convertiti la certezza che avrebbe continuato a curarsi di loro: "so che rimarrò (μενῶ, meno) e starò (παραμενῶ, parameno, prolungherò la mia permanenza) con tutti voi".

È lo stesso concetto espresso in 1 Cor. 16:6, dove Paolo considera la possibilità di passare il prossimo inverno a Corinto. C'è un'altra bella sfumatura da cogliere nell'uso che Giacomo fa del verbo παραμενῶ, quando accenna alla figura dello specchio: "Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera (παραμείνας , parameinas, cioè, non dà solo una rapida occhiata, ma uno sguardo prolungato) non sarà un ascoltatore smemorato ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare" (Giac. 1:25).

Non è facile, poi, capire perché Gesù in Atti 1:4, ordinando ai suoi discepoli di "attendere la promessa del Padre (lo Spirito Santo)", abbia usato il verbo περιμένω (perimeno), altro termine composto di meno, che significa "rimanere fermi, indifferenti agli ostacoli", quando lo stesso meno o anche uno degli altri composti già discussi sarebbe stato più appropriato. L'obbedienza degli apostoli al comando del Signore è poi chiaramente indicata dal fatto che essi "si trattennero" (καταμένοντες, katamenontes) nella sala di sopra (Atti 1:13).

Prosmeno (προσμένω) implica indiscutibilmente un continuare a rimanere faccia a faccia con qualcuno. Gesù insistette che la moltitudine venisse sfamata perché "da tre giorni sta (προσμένουσίν, prosmenousin, è rimasta attaccata) con me" (Mat. 15:32). Quando Barnaba incontrò i primi gentili convertiti in Antiochia, li esortò "ad attenersi (προσμένειν, prosmenein) al Signore" (Atti 11:23).

In 1 Tim. 5:5, Paolo riferisce una delle caratteristiche essenziali della vera vedova in Cristo, la quale "persevera (προσμένει, prosmenei) in suppliche e preghiere notte e giorno", cioè rimane unita al suo contatto personale col Signore. In 1 Tim. 1:3, però, Paolo ha in mente un tipo diverso di contatto individuale. "Ti ripeto l'esortazione che ti feci mentre andavo in Macedonia, di rimanere (προσμεῖναι, prosmeinai) a Efeso...". Evidentemente, il timido Timoteo aveva bisogno di questa esortazione, poiché gli incontri prolungati di questo tipo non gli erano del tutto graditi.

Infine, diameno (διαμένω) indica esistenza senza fine: "Essi (i cieli e la terra) periranno, ma Tu rimani (διαμένεις, diameneis)" (Ebr. 1:11). In un senso più ristretto, diameno delinea un'esperienza più duratura di quanto ci si potrebbe aspettare. "Or voi siete quelli che avete perseverato (διαμεμενηκότες, diamemenēkotes) con me nelle mie prove", disse Gesù ai discepoli (Luca 22:28). Si veda anche l'esperienza di Zaccaria che "faceva loro dei segni e restava (διέμενεν, diemenen) muto", che offre una vivida immagine dei disperati tentativi del vecchio impossibilitato a comunicare.



 

     
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