Fede e Napoli

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Citazioni

Citazioni 15 Settembre 1907: Nascita del Movimento Pentecostale Italiano Luigi Francescon: “L’indimenticabile 15 settembre…” Pietro Ottolini: “Un giorno di sacra memoria…” Settembre 1908: Fondazione delle prime Chiese in Italia Luigi Francescon: “Nel principio di settembre lui (Lombardi) partì per Roma, Italia: ove il Signore ne salvò parecchi…” Pietro Ottolini: “Dopo poco tempo Lombardi andò in Italia dove ha avuto successo a La Spezia ed a Roma”. 1935: Origini della Chiesa di Napoli Salvatore Anastasio: “… mentre io, per lo Spirito Santo, parlavo, molti cuori, toccati dalla mano del Signore, piangevano …” 1935-1943: Persecuzioni Fasciste Aurelio Pagano: “…le persecuzioni furono intensificate nel 1941 e i fratelli principali vennero arrestati come malfattori e condannati al confino. Nelle intenzioni degli uomini ciò doveva servire a distruggere l’opera di Dio a Napoli…“ Roberto Bracco: “Anche la persecuzione è servita, oltre a tutto, a dimostrare che il Risveglio Pentecostale rappresenta, in modo assoluto, l’opera dello Spirito Santo che sa agire attraverso la strumentalità degli uomini, ma che può anche ignorare completamente il contributo degli uomini“. 1959: Riconoscimento della persona giuridica dell’Associazione”Assemblee di Dio in Italia” Umberto Gorietti: “Non soffermiamoci, però a riguardare con compiacimento il campo di battaglia dopo la vittoria: altre e più luminose mete additateci dall’Eterno ci aspettano. Prepariamoci, rivestiti della virtù di Dio, a continuare il buon combattimento della fede, affinché nella libertà possiamo continuare a predicare l’anno accettevole del Signore fino alla vittoria finale in cui riceveremo dal Salvatore Benedetto la corona della gloria eterna”. 1988: Intesa Stato – Assemblee di Dio in Italia Giorgio Spini: “Le Assemblee di Dio in Italia ormai non sono un fenomeno solo del mezzogiorno, ce ne sono più nelle periferie industriali del Nord che nelle campagne del Sud. Mantengono salde radici popolari ed una forza indomita di espansione. Però l’antintellettualismo settario di un tempo ha ceduto alla passione per lo studio; i nipoti dei contadini stanno arrivando all’università. Che avverrà fra qualche decennio?” Francesco Toppi: “Indubbiamente l’intesa con lo Stato è stato un evento storico senza precedenti non soltanto per le ADI ma anche per tutte le Chiese evangeliche di fede Pentecostale, le quali, con questo atto del Governo, hanno visto cancellare le ingiustizie, le persecuzioni e le vessazioni subite per decenni ma essa non dovrà avere altro scopo che quello di spingere le Chiese ed i credenti ad annunciare con maggiore incisività “Tutto l’Evangelo” ed a continuare a vivere la “celeste vocazione” di umile popolo pellegrino che cammina verso la “città eterna”. Settembre 2007: Centenario del Movimento Pentecostale Felice Antonio Loria: “15 settembre 1907 – 15 settembre 2007: … il fuoco della Pentecoste divampa ancora …“   Materiale usato per la stesura del presente lavoro – K. HEUSSI – G. MIEGGE, Sommario di Storia del Cristianesimo – Claudiana, 1995 – TONY LANE, Compendio Cristiano nei secoli – Voce della Bibbia, 1994 – JOHN BUNYAN, Il Pellegrinaggio del Cristiano – UCEB, 2001 – DOMENICO MASELLI, Breve storia dell’altra Chiesa in Italia – Centro Biblico, 1972 – STEFANO BOGLIOLO, La grande avventura della Chiesa – Alfa e Omega, 1995 – STEFANO BOGLIOLO, La storia del Risveglio Pentecostale in Italia – Verso la Meta, 2002 – M. INTROVIGNE – P. ZOCCATELLI, Enciclopedia delle Religioni , Elledici, 2001 – FRANK BARTLEMAN, Azusa Street – Publiem, 1980 – D. WOMACK – F. TOPPI, Le radici del Movimento Pentecostale – ADI-Media, 1989 – FRANCESCO TOPPI, E mi sarete testimoni – ADI-Media, 1999 – FRANCESCO TOPPI, Madri in Israele – ADI-Media, 2003 – FRANCESCO TOPPI, Luigi Francescon – ADI-Media, 2007 – FRANCESCO TOPPI, I Pionieri del Risveglio Pentecostale Italiano (7 Vol.):   Giuseppe Beretta; Luigi Francescon; Pietro Ottolini; Giacomo Lombardi; Pietro Menconi;   Massimiliano Tosetto; Michele Palma. – ADI-Media, 1997-1998 – FRANCESCO TOPPI, Umberto Gorietti – ADI-Media, 2004 – DAVIDE PRATICO’, Storia del Cristianesimo – Dispense I.B.I. – EUGENIO STRETTI, Il Movimento Pentecostale, Le A.D.I. – Claudiana, 1998 – CIRO IZZO, La testimonianza Pentecostale a Napoli – Napoli, 1999 – FRANCESCO TOPPI, Storia del Risveglio Pentecostale – Dispense I.B.I. – CARMINE LAMANNA, Storia del Movimento Pentecostale – www.evangelicitaliani.it – “Cristiani Oggi” – Quindicinale delle Chiese Cristiane Evangeliche A.D.I. – “Vita in Cristo” – Periodico della Chiesa A.D.I. di Napoli Via Carafa

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Le origini della città

Le origini della città Le origini di Napoli affondano in una serie di assurde leggende pagane diverse tra loro. Al centro, comunque, di ogni versione c’è sempre lei: la sirena Partenope, una creatura leggiadra per metà donna e per l’altra metà uccello o pesce. La leggenda più quotata è quella che un tempo, l’isoletta di “Li Galli”(di fronte Positano) fosse l’omerica “isola delle Sirene” sulla quale le navi dell’antichità andavano a frantumarsi, perché i marinai, estasiati dal canto delle sirene, perdevano l’intelletto. Soltanto Ulisse il famigerato eroe dell’Odissea, riuscì a salvarsi: egli desiderava essere ammaliato ma per evitare di finire a fondo, impose alla sua ciurma di turarsi le orecchie con la cera e si fece legare all’albero maestro della sua imbarcazione. Così Ulisse impazzì per il canto delle sirene, ma riuscì a salvare la sua barca e il suo equipaggio da un disastroso naufragio. Questa tattica provocò un profondo dolore nel cuore di Partenope, la quale si suicidò, e le sue spoglie andando alla deriva si scagliarono sull’isoletta di Megaride (l’attuale Borgo marinaro e Castel dell’Ovo). Secondo la leggenda qualcuno provvide alla sua sepoltura sull’isola, e tale leggenda con gli anni è stata creduta realtà, al punto tale che qualche secolo fa alcuni napoletani, assurdamente, scavarono in profondità nel Castel dell’Ovo per ritrovare le reliquie della fondatrice di Napoli. Anche la storia comunque porta alla ribalta il nome di Partenope, una delle informazioni meno astratte di cui siamo a conoscenza ci dice che Partenope era una bellissima fanciulla, figlia di un condottiero greco di nome Eumelo Falevo, il quale armò una flotta di guerrieri e partì dalla Grecia alla volta della costa compresa tra Capo Miseno e Punta Campanella per stabilirvi una colonia. Il viaggio fu abbastanza disastroso perché, prima di giungere a destinazione, la flotta si ritrovò protagonista di una violenta tempesta che provocò la morte di numerosi suoi uomini e della stessa Partenope. Il nome poi dato alla città è un atto di omaggio alla memoria della bellissima fanciulla da tutti ben voluta. Che ciò sia vero, non si può accertare con sicurezza, tuttavia gli storici sono concordi nell’affermare che qualcosa di reale ci sia in questa storia.In base agli scarsi dati storici di cui si dispone è difficile poter dire con esattezza quale sia il periodo nel quale i greci si inserirono a Napoli, ma probabilmente il primo inserimento greco in Campania fu l’isola di Pithecusa (Ischia) nel secolo IX a.C., poi si trasferirono a Cuma e solo nel IV secolo a.C. fondarono Partenope sull’isoletta di Megaride, che nel principio fu solo un centro commerciale. Nel 470 a.C. dopo alcune guerre tra Etruschi e Cumani, fu fondata una vera e propria città ad oriente, nell’attuale centro storico, chiamata Neapolis (città nuova), per distinguerla da Palepolis (città vecchia). I greci insidiati a Napoli pur essendo degli esperti guerrieri, volevano solamente godersi in pace la nuova splendida patria, nello scenario del golfo più bello del mondo.Si abbandonavano quindi ai canti conviviali e d’amore, alle attività artigianali producendo grandi capolavori di scultura, pittura e di ceramica che venivano poi esportate in tutto il mondo. Il popolo greco era molto religioso ed ogni attività della vita umana aveva un proprio dio protettore: Zeus: padre e monarca di tutti gli dei e degli uomini; Era: moglie di Zeus e regina degli dei; Ade: sovrano del regno sotterraneo dei morti; Afrodite: dea della bellezza, amore e fecondità; Apollo: dio guerriero e guaritore, signore della danza, della musica e delle divinazioni; Ares: dio della battaglia; Artemide: regina della natura selvaggia e degli animali; Demetra: dea delle comunità agricole; Dionisio: dio della forza produttiva della terra e del vino; Poseidone: dio del mare e delle acque; Efesto: dio del fuoco; Ermes: messaggero degli dei e protettore dei viaggiatori; Castore e Polluce figli di Zeus chiamati perciò Dioscuri il cui tempio sorgeva nel centro dell’Agorà nell’attuale Piazza San Gaetano dove oggi c’è la chiesa di San Paolo Maggiore. A questi bisogna aggiungere divinità orientali tra cui Mitra e divinità egiziane tra le quali il dio Nilo, adorato da una comunità egiziaca residente nell’attuale zona Nilo, la  si erge ancora oggi impetuosa all’inizio di Via San Biagio de Librari da circa 1800 anni, chiamata dai napoletani “o Cuorpo ‘e Napule”. I primi neapolitani adoravano tali dei con tutto il loro cuore ed il loro sguardo era sempre rivolto al sacro monte Olimpo, che per i greci era la sede degli dei. È molto triste pensare che questi dei sono i precursori dei santi cattolici ancora oggi venerati e adorati. Qualche esempio chiarirà la nostra tesi: le statue di Apollo e Minerva di Mergellina sono state ribattezzate dai primi cattolici come David e Giuditta; la festa in onore di Mitra che si celebrava nella grotta di Priapo, che consisteva in orgie orribili è stata sostituita dall’altrettanto orrenda festa “cristiana” di Piedigrotta; San Giuseppe è il sostituto del dio egiziano Osiride e la stessa “zeppola” deriva da una corona di alloro che indicava i sacerdoti di tale divinità senza poi considerare che San Gennaro è il sostituto più degno di Partenope, il nostro elenco potrebbe continuare all’infinito.Nel 326 a.C. la potenza romana conquistò Neapolis ed anche se la città conservò le proprie istituzioni, i propri culti (sic!) e la propria lingua, in breve le divinità romane entrarono anch’esse nella vita quotidiana dei neapolitani mescolandosi con quelle greche ed egizie. Le divinità romane erano pressappoco le stesse dei greci, differenziavano però i nomi che furono loro attribuiti, presi in prestito dal sistema solare: Giove, Venere, Saturno, Mercurio ecc. ecc. Neapolis fu l’anello di congiunzione principale tra Roma e la Magna Grecia, infatti fra le due potenze si instaurò un legame di profonda e sincera amicizia, Roma governava politicamente e i greci culturalmente. Roma era affascinata dalla cultura greca e, per poter assimilare le concezioni e la mentalità si servì proprio di Neapolis, conferendole il ruolo di “mediatrice” e di “filtro”.Sappiamo che quando Gesù morì, il potere politico era prettamente romano, mentre la cultura dominante era greco – ellenista. Questi due fattori favorirono grandemente

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Sulle tracce della Chiesa delle origini

Sulle tracce della Chiesa delle origini Sulle tracce della chiesa delle origini nella Napoli greco-romana Autorevolmente il Nuovo Testamento attesta la presenza di cristiani in Campania, già prima dell’arrivo dell’apostolo Paolo nella città puteolana. Luca, infatti, dichiara: da Reggio “… giungemmo a Pozzuoli. Qui trovammo dei fratelli, e fummo pregati di rimanere presso di loro sette giorni”. E’ noto, poi, che ad Ercolano, città sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., nell’alloggio superiore dell’edificio conosciuto come “Casa del bicentenario”, in una stanzetta spoglia, fu rinvenuto un simbolo cruciforme e un sottostante elemento in legno, forse destinato ad inginocchiatoio. A quel tempo il crocifisso (così come altri segni) era concepito non quale oggetto di culto, quanto esclusivamente per indicare la presenza di cristiani ai fratelli in fede. Se dunque la costa campana fu rapidamente raggiunta dal messaggio salvifico di Cristo, è possibile che la nostra città (Neapolis) abbia subito avuto un posto nei piani di Dio, sin da quando la chiesa muoveva i primi passi? In effetti, se si pensa che nell’antica Neapolis v’era una consistente colonia d’egiziani di cultura greca, provenienti da Alessandria e che in questa vi erano diversi giudei, è facile dedurre che tramite quest’ultimi le notizie sui “seguaci di Cristo” velocemente pervennero in città; soprattutto se si tiene conto che le questioni di religione balzavano rapidamente da Gerusalemme alle comunità della diaspora, quali, appunto, quella d’Alessandria. Di tali alessandrini ne rimane traccia ancor oggi, nella denominazione d’alcune località (toponomastica) quali, ad esempio, Piazzetta Nilo, Via Egiziaca a Forcella, ecc. Vi è qualche indizio sulla nascita della chiesa a Neapolis. A poche centinaia di metri dopo le mura cittadine, che si chiudevano all’altezza dell’attuale Archivio Storico, nei pressi di Piazza Nicola Amore al Corso Umberto I, poco prima di Piazza Garibaldi, sorge una chiesa cattolica, che prende il nome di San Pietro ad Aram. La leggenda, ben conosciuta dagli storici locali e dal clero romano, sostiene che sul luogo dove esiste tal edificio, l’apostolo Pietro, nel suo viaggio verso Roma, abbia costruito un altare. In realtà non si sa se in quel sito (all’epoca un borghetto fuori le mura, posto in una zona insalubre e paludosa) sia passato Pietro. Se questi davvero dovesse esservi stato, è possibile che ivi si sia limitato alla condivisione di un culto con i fratelli locali, celebrato nascostamente, date le persecuzioni. Più verosimilmente, è probabile che in quel luogo la chiesa napoletana abbia svolto dei servizi cristiani, tanto da ingenerare, nel sentimento e nella fantasia del popolo, l’idea che là Pietro vi abbia istituito un altare dedicato all’Eterno (appunto, S. Pietro “ad Aram”). Dall’indizio alla prova. Le mura cittadine terminavano a Nord, pressappoco, ad angolo dell’attuale Via Costantinopoli e della Rampa Mario Longo (cd. Salita Incurabili); proseguendo verso Nord, vi erano due colline boscose consecutive: l’attuale salita S. Teresa, che degradava nella Sanità, e la collina di Capodimonte, che dalla Sanità risaliva l’odierno Corso Amedeo di Savoia in poi (ovviamente, non esisteva il Ponte della Sanità). In queste località “extra moenia” (fuori le mura) vi erano sparsi pochi caseggiati isolati, edicole votive, qualche tempietto ed alcuni sepolcri. Ebbene, poiché la chiesa nasce a Neapolis in periodo di persecuzione, le riunioni di culto più raramente si svolgevano dentro le mura, solitamente in ambiente domestico. Era più prudente lodare Iddio in comune fuori le mura, in luoghi magari poco invitanti ma particolarmente protetti, come i sepolcri: le catacombe. Appunto, in uno di questi siti pervenutici, si trova una splendida attestazione dell’esistenza della più antica comunità cristiana partenopea. Nel piano superiore delle Catacombe dette di S. Gennaro alla Sanità, a ridosso della seconda collina, anzitutto si rinviene una colonnetta di marmo con inciso il nome “Priapo” ed una scritta in ebraico. Sempre nel piano superiore, nel cornicione di una cella sono riportati i numeri romani da 1 a 14, corrispondenti ad una serie di quattordici figure, ritratte verso la volta. Realizzate in periodo tardo, in cui purtroppo le raffigurazioni iniziavano a trovare spazio in ambiente cristiano, tali effigi sono interessanti perché, attestando una precedente realtà, rappresentavano i primi quattordici pastori della chiesa napoletana. Iniziando dal primo e di seguito, i loro nomi sono: Aspreno, Epitimito, Marone, Probo, Paolo, Agrippino, Efebo, Marciano, Cosimo, Calepodio, Fortunato, Massimo, Severo. Oggi di tali immagini sono rimaste la prima e parte della seconda. Con Aspreno (poi primo pastore della chiesa di Napoli) vi fu la costituzione del primitivo nucleo di credenti. Una tradizione, non sufficientemente confermata dalle fonti, vuole che questi sia stato fisicamente guarito e convertito a Cristo addirittura per il ministero dell’apostolo Pietro. Non vi è modo di verificare la veridicità della notizia, tuttavia questa è rappresentativa del meccanismo di nascita della chiesa a Napoli. In altre parole, è verosimile che negli anni 50 d.C., in pieno periodo d’espansione missionaria, l’Evangelo sia stato portato da un giudeo, o da un gruppo di giudei provenienti dalla Palestina, o da Alessandria d’Egitto: di qui, la conversione d’Aspreno e di un primo nucleo di credenti. Lo Spirito di Dio lavorò su questa chiesa, tanto da farla crescere ed espandere nonostante le difficoltà e le persecuzioni. Neapolis era municipio romano, con statuto cittadino, lingua e costumi (anche licenziosi) greci. Similmente alla biblica Corinto, la città (i cui abitanti erano alquanto religiosi e superstiziosi) era un centro di cultura, di civiltà di sport e di arte. In tale contesto, il messaggio salvifico di Cristo fu proclamato soprattutto ai gentili; cosicchè la chiesa napoletana perde subito il carattere di stretta giudaicità (At 15: 19-20 ss.), per connotarsi quale chiesa occidentale, non dissimile dal modello ecclesiale e dal credo seguiti dall’attuale nostra chiesa cristiana evangelica napoletana. Tanti sono i tratti che ci legano alla primitiva comunità partenopea e analogo fu il modo in cui il puro Evangelo entrò in città. Nel primo secolo Aspreno e un primo nucleo di persone si convertì, sopportò la persecuzione ed evangelizzò espandendo la chiesa. Similmente circa duemila anni dopo, nel 1933, il fratello Nello Gorietti annunziò la salvezza in Cristo ad un gruppo di napoletani, tra cui v’era Salvatore Anastasio che comunicò l’Evangelo a fratelli ed amici. Così, dopo secoli, si

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Dalle persecuzioni al Cattolicesimo ufficiale

Dalle persecuzioni al Cattolicesimo ufficiale Da quanto detto fin qui, si noterà come il messaggio dell’opera di Cristo si espanse con rapidità nella città partenopea. Anche se gli imperatori che successero Tiberio avevano in qualche occasione perseguitato la Chiesa, la più terribile persecuzione si verificò con l’imperatore Nerone. Egli è stato giustamente ritenuto uno degli uomini più crudeli di ogni tempo, la storia dell’incendio di Roma e della conseguente accusa ai cristiani con il terribile martirio che inflisse loro e da tutti ben conosciuta. Purtroppo costui amò moltissimo Napoli al punto che propinò a più riprese le sue orribili composizioni canore, secondo lui solo Napoli possedeva la “competenza” per capirle ed apprezzarle (della nostra storia millenaria questo avvenimento è di sicuro uno dei più raccapriccianti). C’è comunque da dire che i napoletani non hanno mai voluto nella loro città un anfiteatro per vedere gli orrendi spettacoli di gladiatori o di cristiani martoriati, ma la vicinanza con l’imperatore Nerone, favoriva molto poco la simpatia e la convivenza con i seguaci di Cristo. Gli anni passarono ed una lunga serie di imperatori si successero al potere e tutti, in un modo o in un altro perseguitarono i cristiani. Orribili e spietate furono soprattutto le persecuzioni di Diocleziano. Uno dei martiri della persecuzione di Diocleziano fu Gennaro, secondo la tradizione cattolica egli fu vescovo di Benevento. Colpevole di aver dato conforto ai prigionieri, fu imprigionato, dato alle belve e decapitato presso la solfatara di Pozzuoli. Secondo la leggenda una donna di nome Eusebia, raccolse poi il sangue del martire in due ampolle che avrebbe poi consegnato ai napoletani avendo saputo che questi si apprestavano, nel 389, a dare una definitiva sepoltura nella loro città alle spoglie mortali di Gennaro. Il cosiddetto miracolo risale al 1389, precisamente mille anni dopo. Gennaro fu poi eletto santo patrone della città di Napoli, un ruolo che fino a qualche anno prima era di Partenope e di Castore e Polluce. Occorre dire, riguardo al miracolo di San Gennaro, che ogni anno si ripete il 19 settembre, che anche il Vaticano ha sempre avuto un atteggiamento molto prudente, non definendolo mai miracolo ma “prodigio”. Il grande successo è quindi un fenomeno più popolare che religioso. I ricercatori dell’Università di Padova hanno riproposto scientificamente tale fenomeno, usando antiche sostanze che già erano note agli alchimisti medioevali quali: carbonato di calcio, il cloruro di ferro, l’acqua distillata e un pizzico di sale, ottenendo così grumi gelatinosi, che dopo necessario scuotimento del contenitore si liquefacevano. Ulteriori analisi svolte poi nel 1989 dal professore Pierluigi Baima Bollone hanno confermato che si tratti di liquido ematico: praticamente sangue. Ma gli antichi alchimisti napoletani, è noto che nelle loro operazioni manipolavano spesso anche del sangue.  Infatti nel 700 il Principe di Sansevero riproduceva il miracolo nel suo laboratorio chimico per stupire gli amici. Ma la liquefazione dei grumi a Napoli, è un fenomeno molto più diffuso di quel che si crede. Infatti in varie chiese cattoliche si sciolgono periodicamente i presunti resti di  Stefano e Giovanni Battista (due personaggi biblici) e di tanti altri santi, spesso il fenomeno si verifica anche in alcune case di famiglie di antica tradizione religiosa. Ritornando al miracolo di San Gennaro, va detto che se per caso nel giorno stabilito, tale miracolo non avviene, un imminente catastrofe sta per abbattersi su Napoli, questa “favola” ci ricorda la leggenda dell’uovo di Virgilio che vedremo più avanti. È utile ricordare che la Bibbia non fa mai riferimento a miracoli del genere, ma in più punti ci dice che anche Satana ha il potere di compiere miracoli. Inoltre ogni qual volta ci parla di miracoli, ci descrive un cambiamento interiore di chi lo riceve. Il cieco nato dopo aver ricevuto il miracolo della vista esclamò: “una cosa so, che ero cieco ed ora ci vedo” (Giovanni 9:25). Ognuno di noi può dire insieme al cieco che eravamo ciechi spiritualmente parlando, che non riuscivamo a distinguere la verità da tantissime falsità, che eravamo senza pace e Dio ha messo nel nostro cuore tanta pace e gioia. Questo è un vero miracolo, che presuppone una radicale trasformazione. A dispetto di tanti pseudo-miracoli che il mondo invoca, vogliamo ricordare il miracolo che Dio ha fatto in noi, donandoci una “nuova vita” in Cristo Gesù. Ritornando alla nostra narrazione storica dobbiamo dire che nel 313 ci fu un avvenimento estremamente importante. L’imperatore Costantino emanò un editto che concedeva libertà di culto ai cristiani. Nel 325 convocando il  Concilio di Nicea egli fece  chiarezza dottrinale ponendo fine all’eresia di Ario il quale affermava che Gesù Cristo non era Dio. Costantino al contrario affermò che Gesù Cristo è vero Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre e perciò veramente Dio. In pochissimo tempo la situazione si capovolse, i cristiani da perseguitati divennero i persecutori. Si dovette quindi assistere a persecuzioni di massa obbligate dal potere politico. Neanche il culto era più lo stesso, infatti iniziarono ad essere venerate sculture, dipinti, uomini, madonne, santi, morti. Oltre a tutto ciò, i membri delle chiese furono divisi in classi, tra le quali la più importante fu il clero. Storicamente e biblicamente possiamo dire con assoluta certezza che questo cristianesimo ufficiale o cattolicesimo (dal greco katholikos = universale) non è nient’altro che una continuazione dal paganesimo. Le divinità greche, romane ed orientali furono sostituite dai santi protettori, dal culto dei morti e delle reliquie che ancora oggi è rimasto completamente inalterato; la festa del Dio Sole del 25 dicembre è stata mutata nel Santo Natale. C’è poi da dire che li dove il cattolicesimo non ha saputo trasformare i simboli pagani in cristiani c’è riuscito con grande successo la superstizione, molto diffusa nel napoletano. Infatti dietro tutti i riti superstiziosi si nasconde spesso un rito pagano o pseudo-cristiano, alcuni esempi ci aiutano a capire ciò: mai sedersi a tavola in tredici, il tredicesimo avrebbe grande sventura in quanto il tredicesimo dell’ultima cena – Cristo – fu tradito da Giuda; mai poggiare sul tavolo il pane all’incontrario sarebbe un sacrilegio al corpo di Cristo; con dei morti in casa coprire sempre lo specchio altrimenti l’anima del defunto riflessa nello specchio rimarrà

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Da Costantino agli spagnoli

Da Costantino agli spagnoli Tra i tanti eventi decisivi che si possono attribuire a Costantino oltre a quelli gia citati va annoverata anche la divisione dell’Impero in due tronconi ben distinti, quello d’Oriente e quello di Occidente. Napoli naturalmente data la collocazione geografica, fu assegnata alla sfera di potere occidentale. Ben presto attirò su di se lo sguardo di Bisanzio che la conquistò e vi impose il proprio dominio. Iniziarono poi le invasioni barbare dal 410 in poi. Nel 476 con il crollo dell’Impero Romano d’Occidente l’ultimo imperatore Romolo  Augusto fu deportato proprio a Napoli e rinchiuso nel Castrum Lucullanum. Dopo tantissimi anni di pace su Napoli si abbatterono un’infinità di avvenimenti guerreschi; la città dovette a volte con successo, a volte no, respingere le offensive dei popoli nemici. La Chiesa spesso si faceva promotrice di guerre e scontri. Alla fine del 661 aboliti i poteri dell’imperatore, i napoletani ripresero nelle loro mani il destino della città nominando un duca napoletano nella persona di Basilio. Da questo momento, pur dipendendo formalmente da Bisanzio, Napoli aveva un proprio governo autonomo, iniziando così un lungo periodo storico che possiamo definire come il Ducato napoletano. Furono continue le guerre del ducato contro longobardi, bizantini, saraceni e pontefici, rimanendo nel contempo una rocca di libertà e di indipendenza. Come se non bastasse, presto i napoletani dovettero fare i conti con i Normanni. Per il popolo si trattò di una “punizione divina” perché furono proprio i napoletani a chiamarli nel sud concedendo loro il feudo di Aversa. Nel 1137 il ducato napoletano fu costretto ad accettare la sottomissione ai Normanni. Salì al trono Ruggero II detto il Malo, il quale non riuscì mai ad avere rapporti pacifici con la Chiesa, anche se fu un sovrano giusto e prudente. Nel 1194 gli Svevi riuscirono a conquistare il mezzogiorno. Il rapporto tra gli Svevi e i napoletani fu caratterizzato da odio e amore. Uno dei re di questa dinastia fu Federico II ancora oggi considerato il più grande monarca che sia mai seduto su un trono d’Europa. Nel 1266 ci fu ancora un cambio di dinastia: Carlo D’Angiò assunse la corona del regno del sud. La casa D’Angiò merita giudizi abbastanza severi per le condizioni di arretratezza economica e per la fortissima pressione fiscale imposta, anche se vi fu un incremento della popolazione e un eccezionale lavoro urbano di statue, fontane, palazzi e castelli (tra cui il Maschio Angioino). Nel 1370 un avvenimento abbastanza insolito sconvolse la vita cittadina, si sparse infatti la voce che “l’uovo magico” si fosse rotto. Tale uovo secondo la leggenda fu posto dal poeta Virgilio nel Castel dell’Ovo e possedeva delle magiche virtù, se per caso si fosse rotto, Napoli sarebbe stata sicuramente distrutta. Per calmare il panico tra la plebe la regina Giovanna dovette dichiarare pubblicamente che l’uovo era stato ripristinato. In questi anni Virgilio svolse per Napoli un ruolo di santo protettore alla pari di San Gennaro. Anche se dietro al suo personaggio cominciarono a girare voci di una sua spietata crudeltà, al punto tale da dire che alla sua morte neanche Satana lo volle nel suo regno. Dopo una breve parentesi dei Durazzo la città fu conquistata dagli Aragonesi. Uno dei monarchi (Alfonso) instaurò una corte rinascimentale per nulla invidiabile a quella di Lorenzo il Magnifico. Tutte queste dinastie che si successero a Napoli, seppur abbondarono la città di opere d’arte, di chiese, statue, santuari, portarono grande desolazione spirituale. La Parola del Signore non veniva predicata, o veniva predicata  in un linguaggio non comprensivo per il popolo. Spesso l’atteggiamento arrogante del clero sembrava allontanare le persone dalla fede. Ciò che invece regnava incontrastata era l’idolatria, a volte esasperata ed intrisa di fanatismo e violenza. Qualcosa però stava per cambiare, nel 1503 gli Spagnoli conquistarono Napoli. Quella degli Spagnoli fu una vera colonizzazione. I napoletani si ribellarono più volte al dominio, soprattutto quando nel 1547 tentarono di introdurre l’Inquisizione: una orribile magistratura, che nel “nome di Cristo” terrorizzava tutte le popolazioni dell’Europa cristiana. Animatore delle sollevazioni fu un certo Tommaso Aniello da non confondersi con il più famoso Masaniello che animò un insurrezione cittadina qualche secolo dopo, anch’egli contro gli spagnoli. Una strenua resistenza all’Inquisizione fu sollevata anche da un gruppo di capresi, capeggiati da un tale Costanzo, i quali fuggirono dall’isola e si recarono a Napoli, ed organizzarono contro la popolazione una dura resistenza che durò alcuni mesi, prima di cedere. Nel 1559 fu arrestato un pastore di Ginevra di nome Giovan Luigi Paschale, di passaggio a Napoli, il quale fu poi arso vivo confessando eroicamente la propria fede in Cristo. Fu traduttore del Nuovo Testamento in italiano e francese (Versione Diglotta), usato prima della versione di Giovanni Diodati. Nel periodo spagnolo si ebbe a Napoli un vero e proprio risveglio evangelico. Lo scrittore Antonino Castaldo in un suo libro del 1769, parlando di Bernardino Ochino e dei protestanti di Napoli della metà del 1500 scrisse: “le sue prediche diedero campo e cagione a molti di parlare della Sacra Scrittura, di studiare gli Evangeli e di disputare intorno alla Giustificazione, la Fede, le Opere, la Potestà Pontificia, il Purgatorio e simili altre difficoltose questioni, che sono dei teologi grandi e non da essere trattati dai laici di poca dottrina e di minima lettera. E io dirò che para incredibile ed è pur verissima, che perfino ad alcuni Conciari della Conceria del Mercato, era venuta questa licenza di parlare e discorrere delle Epistole di San Paolo e dei passi difficoltosi di quelli”. Bernardino Ochino e un vasto numero di servitori del Signore, verranno brevemente descritti nel prossimo articolo. Sergio Cristofori

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L’Evangelo nella Napoli spagnola

L’Evangelo nella Napoli spagnola Mentre in Germania e Svizzera si riscopriva la Parola di Dio, dando impulso al fenomeno della “Riforma protestante”, in Italia, sulla spinta della “controriforma”, si predispose ogni mezzo per reprimere, anche con estrema violenza, ogni comportamento ritenuto lesivo della sopravvivenza della chiesa romana, delle sue istituzioni e del complesso delle sue credenze; specialmente nella cattolicissima Spagna e nei paesi da questa dominati. Napoli, appunto, dal 1503 era sottoposta al dominio opprimente della corona spagnola, che governava la città attraverso dei Vicerè. Tra questi si ricorda Don Pedro di Toledo (1532-53). Al di là dei suoi meriti urbanistici, questo Vicerè, uomo moralmente licenzioso, ma strenue difensore della chiesa cattolica, per combattere il fenomeno delle “eresie”, cercò d’introdurre l’inquisizione a Napoli, senza però riuscirvi, dato il carattere e le resistenze dei napoletani. Nonostante tutto, chi era scoperto “eretico” (era considerato tale anche chi professava il puro Evangelo), veniva implacabilmente torturato (perché rivelasse la presenza di eventuali “complici”) e giustiziato. In tale contesto, il Signore provvide una via, per raccogliere “un residuo” costituente il Suo popolo. E’ vero che camminando per le strade della Napoli d’allora, non si sarebbe mai trovata, nei pressi di qualche portone, l’insegna con la rassicurante iscrizione “chiesa cristiana evangelica”; tuttavia Iddio suscitò delle persone, spesso d’alto rango sociale, che approfittarono della propria posizione nella società partenopea, per far ascoltare ai propri pari e al popolo la Buona Novella del Cristo che salva per grazia. Questa “chiesa del silenzio”, oggi troppo semplicisticamente definibile “nicodemita” (da Nicodemo di Gv 3), si avvaleva di alcuni ecclesiastici di rango, per farsi giungere segretamente la letteratura cristiana riformata d’oltralpe. Chierici che avevano accettato Gesù quale personale Salvatore, pur non tollerando la tonaca, approfittavano del pulpito, annunziando le verità cristiane al popolo (cui da tempo, era stato proibito l’uso della Bibbia), che accorreva sempre più numeroso, interessato e commosso dall’Evangelo predicato con autorità. Il gioco fu progressivamente scoperto e denunciato dai preti dell’Ordine dei Teatini (fondato, tra l’altro, da Carafa); che si accorsero della “strana” predicazione, degli studi sull’epistole paoline (ritenute la base del credo evangelico-protestante), delle riunioni di preghiera sempre più simili a quanto praticato dagli “eretici d’oltralpe”. Con la “resa dei conti” del Vicerè, passò via velocemente da questa città la splendida meteora di fede, disperdendo i pochi araldi della Buona Novella: Dovranno correre più di due secoli, per rivedere degli evangelici a Napoli. Nonostante fatti così avversi, Dio vince sempre! E’ vero che alcuni abiurarono temendo per la propria vita; tuttavia coloro che furono giustiziati per la propria fede, guadagnarono finalmente il “palio della suprema vocazione”. Chi riuscì a fuggire, divenne un più efficace strumento di Cristo, nei paesi in cui aveva vinto la Riforma. E’ interessante considerare in breve, alcuni dei protagonisti di questa incredibile “ondata evangelica” in pieno dominio spagnolo a Napoli. Il primo da presentare è Juan de Valdés (1490?-1541). Questo letterato e uomo politico spagnolo, fu introdotto in patria alla dottrina d’Erasmo da Rotterdam, volta alla riforma della chiesa cattolica in senso morale e spirituale. A seguito della pubblicazione dell’opera “Diálogo de doctrina christiana” (1529), venne processato due volte dall’Inquisizione. Riuscì a rifugiarsi in Italia e dopo varie vicissitudini, si stabilì a Napoli. Qui evidentemente convertitosi a Cristo, si consacrò alla sua vocazione, raccogliendo intorno a sé una cerchia di personaggi (cd. “circolo valdesiano”) tra cui si ricordano Ochino, il marchese Caracciolo, il nobile umanista e giureconsulto Scipione Capece, Carnesecchi, Vermigli, ecc. In tale circolo si riunirono varie dame della nobiltà, quali Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga, sua discepola prediletta. Oltre ad alcuni vescovi, tale movimento contò più di 3.000 aderenti. Dopo la morte di Valdés, gli aderenti al valdesismo furono perseguitati ed alcuni morirono per la causa dell’Evangelo. Gran parte degli scritti dello spagnolo furono arsi; Giulia Gonzaga, però, salvò una parte di questi, lasciandoli in eredità agli amici.   Bernardino Ochino (1487-1564). Il francescano senese, in seguito Generale dei Cappuccini, divenne un apprezzato predicatore. Nel 1536 entrò in contatto a Napoli con de Valdés e la sua  spiritualità ne rimase positivamente influenzata in senso evangelico. Ochino nelle sue predicazioni toccava sempre più temi quali la giustificazione per fede, l’ispirazione plenaria delle Scritture, ecc. Per questo gli fu proibito di predicare e fu convocato a Roma (1542). Sentendosi minacciato, fuggì dall’Italia e fu accolto da Calvino a Ginevra; ivi prese cura della chiesa italiana evangelica che si stava formando. Iniziò poi un ministero itinerante, che terminò in Moravia, ove morì. Pietro Martire Vermigli (1499-1562). Entrato da giovane tra i Canonici Regolari della Congregazione Lateranense, questi presto divenne un valido predicatore e un fautore della riforma monastica. Il colto fiorentino in seguito s’arrese a Cristo, semplicemente per essersi dedicato sinceramente allo studio e all’insegnamento della Parola di Dio. Divenuto a Napoli priore del convento di San Pietro ad Aram, rimase spiritualmente influenzato dal “circolo valdesiano”, tanto che nella città costituì un piccolo nucleo di cultura evangelica, dando la possibilità a chi accorreva per ascoltare le sue prediche e i suoi studi, di apprendere la Buona Novella. In un primo tempo il Vicerè Don Pedro lo costrinse a ritrattare pubblicamente sul pulpito, proibendogli d’insegnare e predicare. Vermigli s’appellò a papa Paolo III e, avendo amici influenti a Roma, riuscì a far revocare l’interdetto. Tuttavia la faccenda divenne sempre più rischiosa. In quel tempo Don Pedro, avendo ricevuto mandato da Carlo V d’estirpare l’eresia a Napoli, dichiarò d’aver impiccato, in proposito, circa 18.000 persone. Nel 1541 Vermigli venne trasferito come priore di S. Frediano a Lucca, ove forte era l’influenza protestante. Fu poi chiamato a rispondere della sua predicazione innanzi al Capitolato Generale del suo Ordine; sentendosi giustamente in pericolo e reietto dalla chiesa romana, si decise al gran passo. Finalmente gettò, per così dire, la tonaca alle ortiche, trovando rifugio nei paesi riformati, fu in questi che Pietro Martire si rivelò un valido strumento per contribuire all’affermazione e all’insegnamento della dottrina cristiana . Giovanni Buzio (?-1533). Questo Francescano Conventuale proveniente da Montalcino (Siena), a Napoli si dimostrò un valido commentatore pubblico di S. Paolo; tra i più coraggiosi esponenti dell’Evangelismo, ivi fu martirizzato per la Causa di Cristo. Pietro Carnesecchi (1508-1567). Il fiorentino,

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La superstizione

La superstizione La superstizione copre una gamma ampia di atteggiamenti e di azioni, che vanno dalle manifestazioni legate alla sfera del magico, fino all’idolatria o a espressioni false o abnormi di culto al vero Dio. Il cristianesimo considera la superstizione come peccato contro il primo comandamento (Es.20:3), che impone all’uomo il riconoscimento e l’adorazione dell’unico Dio secondo le modalità proprie insegnate nella Bibbia stessa, senza dimenticare il monito al popolo d’Israele prima di entrare nella terra promessa: «Non si trovi in mezzo a te chi fa passare suo figlio o sua figlia per il fuoco, né chi esercita la divinazione, né astrologo, né chi predice il futuro, né mago, né incantatore, né chi consulta gli spiriti, né chi dice la fortuna, né negromante, perché il SIGNORE detesta chiunque fa queste cose» (Deut.18:10-12). Le scienze psicologiche considerano la superstizione come un’espressione del bisogno di sicurezza dell’uomo incapace di far fronte alla realtà che è spesso fonte di angoscia e di frustrazione o come una forma di deresponsabilizzazione nei confronti del futuro. L’analisi sociologica ha evidenziato come la superstizione costituisca spesso una reazione a una forma religiosa troppo intellettualizzata e spiritualizzata, ritenuta quindi inadeguata a rispondere a bisogni reali. La superstizione è sempre contraria alla fede. L’atteggiamento di fede consiste nel rendere a Dio l’adorazione e l’obbedienza che gli sono dovute in modo adeguato, mentre la superstizione (da «super-stare») consiste nel prestare culto divino a chi non è dovuto o nel modo sbagliato. La divinazione invece consiste nel voler conoscere le cose nascoste o future al di fuori delle vie naturali ordinarie, mentre la magia nel voler produrre effetti al di fuori delle cause naturali. In questo contesto, oltre a forme come l’astrologia, la chiromanzia e lo spiritismo, si possono inquadrare le pratiche compiute per scaramanzia, che non hanno alcun potere riguardo agli effetti che vorrebbero produrre, quali il favorire la buona sorte o l’allontanare dai guai. C’è chi si preoccupa eccessivamente se qualche appuntamento importante va a cadere proprio di venerdì 17; chi fa di tutto per evitare strette di mano incrociate, o tocca ferro se si sente parlare di qualche ipotetica sventura; chi, ricevendo una lettera con l’ordine perentorio di rispedirla moltiplicata in un certo numero di copie, pena l’incorrere in gravi sciagure se spezzerà la catena, ma con la promessa di grandi benefici se la continuerà, accetta di perpetuare le cosiddette catene di Sant’Antonio. Vedremo ora tre elementi folkloristici napoletani, che spesso vengono raffigurati come simboli della città, ma in realtà sono solo riti superstiziosi e pagani della nostra cultura: Pulcinella, il presepe e il gioco del lotto.  Pulcinella Nel Seicento e nel Settecento un infinità di avvenimenti mutarono notevolmente il volto di Napoli. Alcuni costumi e riti dell’epoca, ancora oggi praticati, vanno ricordati ed in modo particolare la maschera di Pulcinella. Nel 1620 il napoletano Silvio Fiorillo inventò la maschera di Pulcinella. Leggendo dal libro di Domenico Scafoglio dedicato alla maschera, scopriremo il suo reale significato. Il libro ci dice che: “Pulcinella rappresenta in tutto Napoli. Nasce dal guscio di un uovo, (perciò Pullecenella cioè piccolo pulcino) posto da Plutone sul Vesuvio che per gli antichi era figura dell’inferno. Nascendo da esso è quindi un simbolo del diavolo. L’uovo fu impastato da due fattucchiere: Dragoncina e Colombina, le quali posero come ingredienti bestemmie, ira, rabbia, veleno, grasso di capra sacrificata a Maometto. Ogni elemento di Pulcinella ci conduce a riti satanici: la sua fisionomia, il suo vestito, il naso lungo gibboso e affinato, il cappello biforcuto, la maschera nera, il neo sulla fronte simile ad un corno miniaturizzato, la voce nasale, il suo rapporto non sempre di ostilità con il cane ed il gatto animali inequivocabilmente diabolici”. Il fatto poi che col tempo si sia trasformata in una figura angelica lo dobbiamo a Ottavio Feuillet, conosciuto difensore dei deboli e nemico dei potenti malvagi, il quale gli ha lasciato i suoi poteri diabolici facendolo nascere addirittura dall’unione tra Dio e il diavolo. A questo punto senza aggiungere nulla, lasciamo il lettore trarre le dovute conclusioni! Il presepe Un altro simbolo napoletano che ebbe la sua epoca d’oro nel XVIII secolo sotto il regno di Carlo III di Borbone, è il presepe. Secondo la tradizione cattolico-romana, esso è la raffigurazione della natività di Gesù Cristo a Betlemme. Probabilmente la sua invenzione si deve a Francesco d’Assisi nel 1223, ma il suo fenomeno si è diffuso rapidamente in tutto il mondo. Ancora oggi è rimasta una fedele tradizione che ogni anno viene rinnovata con lo stesso zelo. Dal punto di vista biblico, il presepe non rappresenta nulla di buono! Innanzitutto perché trasgredisce al comandamento biblico “non farti immagine ne scultura alcuna“, e noi sappiamo molto bene che sul presepe vengono raffigurati Gesù bambino, Giuseppe, Maria, Erode, I re magi, gli angeli, i pastori. Ma bisogna aggiungere anche che la raffigurazione non corrisponde al vero, alcune situazioni sono prese dai vangeli apocrifi. Leggendo infatti il secondo capitolo del Vangelo di Luca e il primo capitolo di Matteo scopriremo che: non faceva molto freddo la sera della nascita di Gesù, non c’era neve e alberi spogli, ciò è testimoniato dal fatto che alcuni pastori dormivano all’aperto; Gesù fu posto in una mangiatoia, la Bibbia non parla di grotte, caverne, capanne, buoi, asinelli ne tanto meno di zampognari; i magi non erano tre, ne erano re, ne tanto meno si chiamavano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. La rappresentazione cerca quindi di commuovere chi si accosta ad essa, deviando dal vero significato spirituale della nascita di nostro Signore Gesù Cristo. Il fatto che poi Betlemme si sia praticamente trasformata in Napoli, è qualcosa di rituale dovuto al trascorrere del tempo e al grande tradizionalismo partenopeo. Il presepe raffigura quindi una Napoli dell’800 e del 900. Trovano spazio sul presepe: re di Napoli, personaggi del mondo della cultura, dello spettacolo e della politica, giocatori di carte napoletane e del lotto, pizzaioli, ristoratori, edicole votive, popolane, ciabattini, ortofrutticoli, pescivendoli, ecc. Alla luce di quanto detto sopra non ci sorprenderà il fatto che nel presepe trova spesso spazio Pulcinella (cosa c’entra il diabolico Pulcinella, che abbiamo visto sopra, in una raffigurazione sacra??). Il presepe quindi potrebbe essere accettato come rappresentazione artistica napoletana, ma da esso va nettamente estirpato il valore sacro e

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T.Rossetti e V.Albarella

Teodorico Pietrocola Rossetti e Vincenzo Albarella Il seicento e il settecento furono secoli ricchi di riti folkloristici e superstiziosi, ma un grande vuoto spirituale regnava nei cuori dei napoletani. Non vi furono movimenti di Risveglio e le poche persone che volevano vivere rettamente e lodare Dio così come è scritto nella Bibbia, furono perseguitate, oppresse e tutti i loro lavori furono distrutti, al punto tale che oggi non esiste nessuna testimonianza scritta della loro esistenza. Sappiamo solo che l’ 800 fu per gli evangelici italiani un secolo molto importante. Furono usate infatti soprattutto dai Valdesi, delle cappelle nelle quali si riunivano per lodare il Signore, avendo regolare autorizzazione al funzionamento. Una comunità protestante del genere a Napoli si sviluppò nel 1827. Nella primavera del 1854, un gruppo di esuli tra cui il napoletano Vincenzo Albarella, iniziarono la pubblicazione di un giornale evangelico dal titolo “La luce evangelica”, nel quale vi erano scritti articoli di edificazione. Di importanza particolare furono i suoi scritti, nei quali metteva in luce i motivi delle divisioni di alcune chiese evangeliche che non accettavano il pastorato unico di tipo presbiteriano e vedevano la Santa Cena quale centro del culto facendola anche senza la presidenza di un pastore. Un altro napoletano di nome Teodoro Pietrocola, originario di Vasto (Chieti), nel 1857 fu costretto a fuggire da Napoli per motivi politici. Era infatti un rivoluzionario mazziniano. Si rifugiò quindi a Londra dal cugino Gabriele Rossetti ed aggiunse il cognome del cugino al suo, chiamandosi appunto Teodoro Pietrocola Rossetti. Un pomeriggio passeggiava sulle rive del Tamigi con il Conte Guicciardini il quale fu un’illustre evangelico. Il conte gli pose a bruciapelo una domanda “Dove andrebbe  la tua anima se stasera morissi?” questa domanda mise in crisi il giovane rivoluzionario, il quale il giorno dopo si recò nella chiesa dei “fratelli” di Orchard Street a Londra. Nel culto la Parola di Dio toccò profondamente il suo cuore, ed Egli accettò Cristo quale personale Salvatore. Tornato in Italia, diventò quindi un’abile evangelista, distinguendosi dagli altri predicatori protestanti per la convinzione che il battesimo fosse qualcosa per gli adulti. In quel periodo le chiese libere si scissero in due tronconi. Il primo gruppo fu guidato da un ex frate di nome Alessandro Gavazzi noto garibaldino, il secondo si identificava con Guicciardini e Rossetti, i quali desideravano, forse erroneamente che i membri delle loro comunità fossero ben inseriti nella vita e nella politica nazionale, avendo il desiderio di vedere la nazione libera dal dominatore straniero, pur essendo realmente convertiti a Cristo. Le aspre polemiche tra i due gruppi condusse alcune comunità, tra cui quelle di Genova e il pastore Mazzarella che li guidava a non aderire né a un gruppo né all’altro, ma a scegliere la comunione battista di tipo inglese. Rossetti continuò il suo duplice lavoro di evangelista e patriota fino alla sua morte. Pur essendo napoletano, non svolse nessun evangelizzazione nella sua città, ma noi lo ricordiamo lo stesso per il suo zelo evangelistico.

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L’Evangelismo nella Napoli post unitaria

L’Evangelismo nella Napoli Post-unitaria Dal tentativo di costituzione spontanea di un gruppo evangelico (il “circolo Juan de Valdés”) nella prima metà del 1500, a Napoli non si registrò più alcun’attività che potesse avvicinarsi ad un movimento teso a rivalutare seriamente la Parola di Dio. I cattolicissimi dominatori spagnoli fecero quanto possibile per sbarrare la nostra città a qualsiasi tentativo d’introduzione d’idee religiose e spirituali, non conformi ai dettami della dottrina da loro difesa. Lo strumento utilizzato a tal fine fu la repressione violenta, che diede, può facilmente immaginarsi, considerevoli frutti. Gli uomini e i sistemi politici passano e parimenti tramontò l’epoca dei Vicerè spagnoli. Napoli acquistava man mano la dignità di capitale di uno stato indipendente e nel 1734 s’insediò la monarchia dei Borbone, durata fino al 1860. E’ indubbio che il nuovo regno, da un punto di vista culturale e politico-sociale, portò notevoli innovazioni e sensibili miglioramenti nella vita cittadina. Certo è che per il puro Evangelo la musica non cambiò. I Borbone, formalmente difensori della dottrina cattolica, erano soprattutto stretti alleati dello Stato Pontificio; dunque, nessuno spazio per iniziative, anche religiose, che nella mentalità della corona, avrebbero potuto avere effetti destabilizzanti per l’ordine interno, per i rapporti con Roma e con gli altri regni cattolici: eppure uno spiraglio iniziò ad intravedersi. I Borbone, come tutti i sovrani illuminati, riconoscevano la sovranità territoriale delle ambasciate straniere a Napoli; ebbene, nelle sedi diplomatiche d’appartenenza gli stranieri potevano professare la propria religione, ospitare propri ministri di culto e celebrare propri servizi religiosi. Ecco, ad esempio, che nelle ambasciate svizzera, inglese, tedesca, si tenevano culti cristiano-evangelici, rispettivamente, calvinisti, anglicani e luterani. A tali servizi poteva essere invitato chiunque, senza che di tale partecipazione il presidio consolare dovesse renderne conto alle autorità borboniche. Ciò che però non era consentito, era l’attività di proselitismo (evangelizzazione), sotto qualsiasi forma, rivolta al popolo napoletano: tanto avrebbe creato un imbarazzante incidente diplomatico tra lo stato dell’ambasciata e il governo borbonico ospitante. Naturalmente, nessuno poteva impedire che un napoletano potesse rimanere influenzato in qualche modo dalla dottrina evangelica. Le cose si fecero particolarmente difficili verso la fine del regno, quando, superati i difficili momenti della rivoluzione del 1799, Ferdinando I re delle Due Sicilie (ovvero, la sua energica consorte Maria Carolina d’Austria), instaurò un vero e proprio stato di polizia, ove qualsiasi attività o riunione sospetta (anche religiosa), portava a giudizi sommari e alla pena capitale. Il 7 settembre 1860 Napoli fu congiunta all’Italia da Giuseppe Garibaldi; s’aprì così un periodo di fermento culturale e religioso notevole, liberandosi idee e ingegni sino allora repressi. Le società bibliche straniere videro in Napoli un’ampia via aperta dal Signore, che avrebbe richiesto mezzi ed operai per diffondere la Buona Novella. Forti dell’impronta liberale che s’era dato il governo centrale, ecco che si presentarono i primi colportori (diffusori itineranti di Bibbie e letteratura cristiana) e i primi predicatori non cattolici, così come si costituirono i primi nuclei di cittadini “acattolici”, aprendosi i primi locali di culto evangelici. Si ricorda che lo stesso Garibaldi, dittatore di Napoli, donò agli anglicani il suolo dove fu effettivamente costruita la chiesa Britannica di Via S. Pasquale, al quartiere Chiaia. Sulla spinta della realizzazione di reti di piccole comunità (forti delle “Lettere Patenti” emanate da Carlo Alberto nel 1848), anche i Valdesi, mossi allora da coerenza dottrinale e spirituale, si stabilirono a Napoli; a riguardo si rammenta lo storico locale di culto di Via Duomo, che ebbe un ruolo nella costituzione giuridica della chiesa evangelica pentecostale (poi A.D.I.). Altre confessioni cristiano-evangeliche s’inserirono nel tessuto sociale napoletano, senza conseguire, deve dirsi, un cospicuo seguito, dato l’attaccamento alle tradizioni del popolo e l’instancabile opera di “prevenzione e intralcio” del clero cattolico all’opera d’evangelizzazione. In qualche caso l’esistenza in città di gente di fede evangelica, si notava anche per il diverso modo di porsi esteriormente, rispetto ai napoletani. Ad esempio, tra i piccoli gruppi pietisti centro-europei, inglesi e americani, si stabilirono nella città partenopea i Quaccheri. Essi destarono attenzione per il modo di vivere decisamente austero: si rinviene traccia della loro singolare presenza nel dialetto napoletano, dove con la parola “quequero” (appunto da “Quakers”, “Quaccheri”), ancor oggi si designa una persona insolita, strana nel parlare, nell’agire o nel vestirsi. Iddio intanto preparava gli eventi; sul finire del 1900, in America, studenti ed insegnanti della Scuola biblica “Bethel“ cercarono, ottenendolo, il battesimo nello Spirito Santo, con l’evidenza del parlare in lingue, conformemente all’esperienza apostolica di cui in Atti: 2:4. Il risveglio pentecostale che ne derivò si diffuse rapidamente nel mondo, toccando nel 1933 Napoli, dove da tempo il Signore aveva preparato il campo alla proclamazione del messaggio salvifico di Cristo, in parte anche attraverso la presenza di quei movimenti evangelici che s’insediarono a partire dall’annessione della città all’Italia unita. Renato Branno

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Il nuovo secolo

Il nuovo secolo L’arrivo del nuovo secolo, fece credere di aver definitivamente posto fine ad ogni guerra. Questo pensiero fu cosi influente nelle menti delle popolazioni del mondo intero, che diede spazio alla bella vita, al divertimento, all’assoluta spensieratezza, al punto tale da definire questo periodo storico “Belle Epoque”. Anche la pittura, la scultura, il giornalismo ed il mondo dello spettacolo furono enormemente coinvolte in questo clima di illusione. Politicamente l’Italia attraversò un ottimo periodo, anche per quanto riguarda gli evangelici fu un periodo favorevole; il principale  presidente del consiglio Giovanni Giolitti concesse libertà di culto e di riunione a tutte le denominazioni evangeliche e non. Ma la popolazione dovettero ben presto saggiare l’amaro calice della guerra sotto i bombardamenti della Prima Guerra Mondiale del 1915-1918. Mai fino ad allora una guerra aveva avuto effetti così devastanti. La guerra cambiò nettamente la situazione di vantaggio per gli evangelici; nei torbidi che seguirono, molto spesso gli evangelici furono i primi a rimetterci e sovente la lotta contro il socialismo si trasformava in una sorta di “guerra santa” contro i protestanti, per citare un caso solamente l’anziano della Chiesa dei Fratelli di Napoli (una denominazione evangelica), che si chiamava Stampacchia, mentre distribuiva nelle strade della periferia dei volantini e degli opuscoli evangelici, fu picchiato da alcuni giovani e lasciato in gravissime condizioni in mezzo alla strada. Quando successe ciò, Stampacchia era ultra ottantenne. Gli orrori, al termine della guerra continuarono, la cosiddetta “vittoria mutilata” e l’insoddisfazione degli italiani diedero spazio alla nascita del Partito Nazionale Fascista, guidato da un rivoluzionario Benito Mussolini, che fin dall’inizio manifestò la sua intenzione di trasformare il Regno d’Italia in un regime la cui guida sarebbe stata assunta da lui stesso con il nome di Duce (cioè condottiero). Il Duce in un primo momento si mostrò indifferente di fronte alle questioni religiose, ma l’11 febbraio 1929, insieme al cardinale Pietro Gasparri, firmò il Concordato tra Stato Italiano e Santa Sede. Questo concordato riconosceva al Vaticano uno Stato autonomo e tanti altri privilegi come l’insegnamento del Cattolicesimo nelle scuole. Tutto ciò fu fatto naturalmente per propaganda e per ricevere consenso anche dalla larga fetta cattolica. Il potere del Fascismo, affiancato dal potere religioso cattolico che fu elevato a religione ufficiale, fu una grave condanna per i fratelli del tempo. Anche i Pentecostali, che nel frattempo si erano già notevolmente sviluppati, dovettero subire orrende persecuzioni, sia dalla milizia fascista che dai cattolici, i quali ormai avevano riacquisito oltre al potere spirituale, anche quello politico. Il culmine delle persecuzioni si raggiunse con l’emanazione della famigerata circolare Buffarini-Guidi. Tale circolare diceva espressamente: “Esisto in alcune Province del Regno semplici associazioni di fatto, che, sotto la denominazione di Pentecostali o Pentecostieri o Neumatici o Tremolanti, attendono a pratiche di culto in riunioni generalmente presiedute da “anziani”. Il culto professato dalle anzidette associazioni – non riconosciute – a norma dell’art. 2 della legge 24 giugno 1929, n° 1159 – non può essere ulteriormente ammessa nel Regno, agli effetti dell’art. 1 della citata legge, essendo risultato che esso si estrinseca e si concreta in pratiche religiose contrarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica della razza. Pertanto le LL. EE. Provvederanno subito per lo scioglimento, dovunque esistano, delle associazioni in parola, e per la chiusura dei relativi oratori e sale di riunione, disponendo conseguentemente anche per un’ opportuna vigilanza, allo scopo di evitare che ulteriori riunioni e manifestazioni di attività religiosa da parte degli adepti possano aver luogo in qualsiasi altro modo o forma. Si gradirà sollecita assicurazione dell’adempimento.” Il fratello Toppi in un suo libro scrive: “in quel periodo, un professore di patologia medica di Roma Nicola Pende stava elaborando le sue fantastiche teorie biologiche per stabilire l’esistenza di un ‘Tipo’ italiano, esemplificato in Mussolini, simile al ‘tipo’ germanico di Hitler. Da quella data, cioè dal 9 aprile 1935 (data dell’entrata in vigore della Buffarini-Guidi), ha inizio la persecuzione contro i pentecostali con arresti, deportazioni, confino e campi di concentramento: nessuno potrà scrivere quella storia che, d’altronde, sembra incredibile ed ha solo riscontro con quella dei primi secoli della Chiesa”. Nel periodo fascista L’Esercito della Salvezza (una denominazione evangelica che usa gradi ed uniformi militari per indicare gerarchie tra i fedeli del gruppo), ebbe particolari problemi perché dipendeva da Enti stranieri, e si sa che il fascismo predicava il nazionalismo, e non riconoscevano altri militari all’infuori delle loro milizie. La testimonianza pentecostale a Napoli giunse nel 1933 e si collegava direttamente con il Risveglio di Chigaco del 15 settembre 1907, quando un gruppo di italiani emigrati in America (tra cui Luigi Francescon, Pietro Ottolini, Giacomo Lombardi e Giuseppe Beretta), ricevettero il battesimo nello Spirito Santo. Questi ed altri fratelli, sentirono il vivo desiderio di portare la testimonianza anche in Italia, la loro terra. Tale testimonianza ha toccato il cuore di tanti italiani che si abbandonarono nelle mani di Gesù Cristo, riconoscendoLo come unico Salvatore e Signore della loro vita. Tra i tanti si ricorda Umberto Gorietti il quale portò il messaggio dell’Evangelo a Napoli, ma di questo parleremo più avanti. Già negli anni precedenti, alcuni servitori di Dio, avevano lavorato per portare il messaggio dell’Evangelo in questa città. Si ricorda a tal proposito l’evangelista italo – americano Michele Nardi e sua moglie Blanche che nel 1902  si trasferirono a Napoli e per ben otto mesi, ogni giorno alle ore 12, nella sala di Via Denza 3 aperta dal conte russo Osvaldo di Papengouth, predicava con chiarezza e semplicità il messaggio della salvezza in Cristo Gesù. Trascorse anche un paio di mesi a Capri dove tenne delle riunioni di culto nella villa del conte di Papengouth. Presto la nostra nazione fu costretta ad affrontare una Seconda Guerra Mondiale estremamente più sanguinosa della prima. Le due guerre hanno dato il triste primato “al Novecento” di secolo più crudele della storia, a dispetto di quanti lo avevano definito la “Belle epoque”. Napoli rimase grandemente influenzata da tutti questi avvenimenti. La miseria e la povertà costrinsero migliaia di napoletani ad emigrare all’estero. Una celebre canzone dice “partono i bastimenti per terre assai lontane, cantano a bordo e son napoletani…se gira o munno sano, se va a cercà fortuna, ma quando spunta a luna, luntano a Napule nun se po sta “. Questi versi

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